Il 30 novembre 1947 alla Symphony Hall di Boston Louis Armstrong e i suoi All Stars tengono un concerto che cambierà la loro storia. Da quel giorno infatti quell’ensemble casuale e precario si trasformerà in una straordinaria macchina da musica malgrado l'alternarsi dei musicisti che il senso di supremazia di Louis e le circostanze imponevano. In quel lungo concerto alla Symphony Hall di Boston si assiste a un’evoluzione definitiva. Dopo anni in cui il disequilibrio interno ai gruppi che l’accompagnavano finiva per danneggiare lo stesso Armstrong, per la prima volta il grande Satchmo concretizza l’idea di avere quella base di lancio nuova che nessuno era stato in grado di garantirgli dopo gli anni Venti. Gli spettatori assistono a una sorta di miracolo. La nuova logica che governa la musica degli All Stars è quella della sfilata dei solisti su un tappeto musicale collettivo dominato dalla tecnica del dixieland. Fondamentale è il contributo di Barney Bigard e Jack Teagarden con il sottile lavoro di contrappunto che i due conoscono molto bene, provenendo da due scuole molto simili come quelle di Chicago e New Orleans. Il gioco delle parti è perfetto perchè ciascuno conosce a memoria pregi e difetti dell'altro e sa calcolare le entrate e le uscite in assolo con il massimo tempismo riempiendo poi i vuoti lasciati dalla tromba di Louis con splendidi arabeschi timbrici. Le caratteristiche della scuola creola da cui proviene vengono utilizzate da Bigard in modo più netto di quanto non facesse nell’orchestra di Ellington. A fargli da contrasto c’è la pacatezza di Teagarden che riesce alla perfezione a frenare i tempi nei quali Bigard dà impulso all'accelerazione. Armstrong può così inserirsi nel gioco dei contrappunti e se negli anni precedenti non era mai molto propenso a improvvisare negli assoli, da quel momento si lascia andare più liberamente, sicuro dalla validità dei partner. Dietro ai tre uomini della front-line, schierati secondo la formazione classica dello stile di New Orleans, il pianista Earl Hines realizza un prezioso lavoro di raccordo con tocchi rapidi e quando può esce in assolo con il sostegno del basso di Arwell Shaw e della batteria di Big Sid Catlett. In quella sera di Boston nasce una leggenda.
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
30 novembre, 2024
29 novembre, 2024
29 novembre 1889 - Richie Brunies, il leader della Reliance
Il 29 novembre 1889 a New Orleans, in Louisiana, nasce Richard Brunies. Fratello di Henry, Abbie, Merritt e George, inizia a suonare da professionista con la Reliance Brass Band, il gruppo fondato nel 1892 da Jack "Papa” Laine che ospiterà tra le sue file l'intero clan dei Brunies. Proprio Richie Brunies alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, diventa il leader della Reliance. La sua popolarità in quegli anni è vastissima. La straordinaria potenz
a di suono della sua cornetta ne fa il principale antagonista del leggendario Buddy Bolden. Richard Brunies fa poi parte, assieme ai fratelli Henry e Merritt, della Fischer's Brass Band diretta dal clarinettista Johnny Fischer, nonché dell'orchestra del trombonista Happy Schilling, una formazione da ballo non molto nota che annovera nelle sue file elementi di tutto rispetto come Johnny Wiggs, Monk Hazel, Achille Baquet, Freddie Loyacano e lo stesso Fischer. Dei cinque fratelli Brunies, Richard è l'unico che non ha registrato dischi né negli anni Venti né durante il New Orleans Revival del dopoguerra. Muore il 28 marzo 1961.
a di suono della sua cornetta ne fa il principale antagonista del leggendario Buddy Bolden. Richard Brunies fa poi parte, assieme ai fratelli Henry e Merritt, della Fischer's Brass Band diretta dal clarinettista Johnny Fischer, nonché dell'orchestra del trombonista Happy Schilling, una formazione da ballo non molto nota che annovera nelle sue file elementi di tutto rispetto come Johnny Wiggs, Monk Hazel, Achille Baquet, Freddie Loyacano e lo stesso Fischer. Dei cinque fratelli Brunies, Richard è l'unico che non ha registrato dischi né negli anni Venti né durante il New Orleans Revival del dopoguerra. Muore il 28 marzo 1961.
28 novembre, 2024
28 novembre 1889 – Ray Lopez, la cornetta del "jazz melodico"

27 novembre, 2024
27 novembre 1970 - Dimenticate i Beatles, ascoltate George!

26 novembre, 2024
26 novembre 1955 – Lascia o raddoppia? L’Italia è un quiz

25 novembre, 2024
25 novembre 1976 – L’ultimo valzer della Band

24 novembre, 2024
24 novembre 1991 – Finisce il calvario di Freddie Mercury

Il 24 novembre 1991 è giovedì, un giorno banale per morire. Eppure proprio di giovedì, consumato da una lunga agonia, muore di AIDS Farrokh Bulsara, nato a Zanzibar nel 1946, in arte Freddie Mercury, uno dei simboli degli anni Ottanta, emblema rutilante dei Queen. Qualche tempo prima alla domanda «Come vorresti essere ricordato dai posteri, dal mondo dello spettacolo?», aveva risposto «Oh, non lo so. Non ci ho pensato... non so, morto e andato. No, non ci ho pensato e non ci penso... mio dio, ma quando sarò morto si ricorderanno di me? Non voglio pensarci, dipende da voi. Credo che quando sarò morto non m’importerà gran che, anzi a me non fregherà proprio più niente». La sua morte diventa un simbolo della battaglia contro la terribile malattia che, nell'immaginario collettivo, "uccide la diversità". Lo diventa suo malgrado, amplificando e, in parte, sublimando le incertezze e le contraddizioni della sua vicenda personale e artistica. «La nostra è una guerra contro un nemico implacabile. Non c'è tempo per le incertezze né per le giustificazioni: chi non c'è è un disertore» tuona Elizabeth Taylor, uno dei primi personaggi del mondo dello spettacolo a impegnarsi concretamente contro l'AIDS. E nella prima ondata di mobilitazione Freddy non c'è. Né lui, né il suo gruppo vivono la passione politica o l'impegno sociale. Pur essendo musicalmente nati negli anni Settanta interpretano con largo anticipo la cultura degli anni Ottanta, del disimpegno, della fuga dai valori condivisi e della ricerca estetizzante. All'epoca dell'esplosione del punk, nel 1977, i Queen sono l'incarnazione di tutto ciò che il movimento disprezza pubblicamente. Nel 1984 finiscono addirittura nella "lista nera" compilata dalle Nazioni Unite degli artisti che, fregandosene della lotta contro l'apartheid, accettano di suonare in Sudafrica. Per ben otto sere consecutive suonano a Sun City, la Las Vegas della nazione simbolo del razzismo, città che per altri loro colleghi è divenuta invece il simbolo di una battaglia planetaria contro la discriminazione razziale. Non c'è premeditazione, ma semplice disinteresse per tutto ciò che accade fuori dalla loro ristretta visuale. Professionali, senza opinioni e buoni venditori di se stessi diventano una sorta di band esemplare per il music business e anche l'omosessualità di Freddie lungi dall'essere proclamata come una bandiera di libertà viene vissuta come un fatto privato e personale come si conviene alle "persone per bene". Pur essendo campioni di vendite sono però poco amati dalla critica che considera la loro storia musicale sostanzialmente finita nel 1975 con la pubblicazione di A night at the Opera, l'album di Bohemian Rhapsody, una sorta di manifesto musicale che mescola in modo geniale hard rock, pomposità barocca e melodramma. Pochi mesi prima della morte di Mercury l'idea di un gruppo ormai arrivato alla frutta è divenuta più generale. Ciascuno dei componenti sembra più impegnato nei propri progetti individuali per far pensare a un nuovo colpo d'ala. Lo stesso Freddie coltiva con attenzione le potenzialità della sua straordinaria voce, uno strumento capace di valorizzare canzoncine di cui, senza la sua interpretazione, non rimarrebbe neppure il ricordo. In questa situazione si inserisce la morte di Freddy. Una fine straziante, che lo accomuna a moltissimi altri, e lo trasforma in un simbolo della lotta contro l'AIDS. È la catarsi. La sua mai rivendicata omosessualità si fa bandiera e il suo calvario finale diventano l'emblema di un impegno internazionale contro un morbo che ha fra i suoi più stretti e fedeli complici la discriminazione. In pochi mesi viene organizzato nello stadio di Wembley a Londra “A concert for life - Tribute to Freddie Mercury”, un grande concerto i cui proventi sono destinati a finanziare la ricerca contro l'AIDS. Centinaia di milioni di spettatori assistono all'evento, rimandato in settanta nazioni diverse, compreso anche quel Sudafrica, finalmente uscito (e non grazie ai Queen) dal lungo tunnel dell'apartheid. La vera anima dell'evento è da ricercare nel gruppo di personaggi del mondo dello spettacolo da anni impegnati su questo fronte e che hanno un'agguerrita testimonial proprio nell'attrice Elizabeth Taylor. Nessuno si nega all'invito. Sul palco allestito nello stadio di Wembley sfila l'élite della musica pop internazionale di quel periodo, dai Metallica agli Extreme, dall'ideatore di Live Aid Bob Geldof agli Spinal Tap, dai Def Leppard ai Guns N’ Roses, dall'italiano Zucchero agli irlandesi U2 in collegamento via satellite da Sacramento in California. Particolarmente emozionanti sono le esecuzioni delle canzoni di Freddie Mercury da parte di una lunga serie di amici, a partire da George Michael che canta Year of 39 da solo, These are days of our lives con Lisa Stanfield e Somebody to love insieme al London Community Gospel Choir. David Bowie esegue Under pressure in coppia con Annie Lennox mentre Elton John dedica all'amico scomparso le commoventi versioni di Bohemian rhapsody con l'aiuto di Axl Rose e, soprattutto, di The show must go on, il brano che i Queen giurano solennemente di non eseguire più dopo la morte del loro leader. La morte di Freddy esalta la solidarietà ma anche il music business che, ancor più di quando era in vita, ne sfrutta voce, immagine, registrazioni e inediti al di là di ogni immaginazione come accade con il miliardario remix di Living on my own, una disinvolta operazione commerciale priva di rispetto ma molto redditizia. Il music business oggi lo ricorda con un'alluvione di iniziative commerciali che non aggiungono nulla al suo valore artistico. C’è chi preferisce ricordarlo per quello che era: un'artista con luci e ombre, una voce unica, ma soprattutto un uomo, una persona, uno fatto di carne e ossa come noi che è morto di AIDS dopo un lungo calvario di sofferenze.
23 novembre, 2024
23 novembre 1950 - Richard Raux: la musica non è solo l'America

22 novembre, 2024
22 novembre 1950 – Miami Little Steven: il rock è motivazione

21 novembre, 2024
21 novembre 1987 – T'Pau, la band dal nome vulcaniano

20 novembre, 2024
20 novembre 1960 – Quando Pier Paolo Pasolini difese Claudio Villa
Alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno della sua battaglia contro le innovazioni indotte dal consumismo e dai modelli americani Pier Paolo Pasolini difende pubblicamente Claudio Villa sottoposto a una sorta di “processo” dal settimanale “Sorrisi e Canzoni”. Il cantante è accusato di essere espressione di forme artistiche sorpassate con l’aggravante di avere un atteggiamento aggressivo da “bullo” di periferia. Pasolini decide di prendere posizione e la sua firma prestigiosa compare in calce a un’arringa difensiva passata alla storia come un’appassionata dichiarazione di amore e di stima per il cantante. Questo è il testo pubblicato il 20 novembre 1960 sul n. 47 di “Sorrisi e Canzoni” e firmato per esteso da Pier Paolo Pasolini: «Mi piace il repertorio delle canzoni melodiche di Claudio Villa, perché mi piace il pubblico che ama questo stile popolare e verace. Approvo anche che Villa si scriva, si musichi e si interpreti le sue canzoni. Lui lo fa “nel suo piccolo”, come Charlot ha fatto “nel suo grande”. In quanto agli atteggiamenti da bullo, alla sua presunzione e agli atteggiamenti di sufficienza che si imputano al capo d’accusa numero due, io trovo che nella sua qualità di attore-cantante e di personaggio dello spettacolo, tali atteggiamenti gli si addicano, perché fanno, appunto, spettacolo. Disapprovo invece che Villa si dia a interpretazioni del genere urlato, anche perché io credo nella canzone come mezzo verace di espressione, e penso che il genere urlato non sia genuino. Vorrei che Claudio Villa fosse assolto, perché i cantanti mi sono simpatici e amo le canzoni».
19 novembre, 2024
19 novembre 1977 – Sonny Criss, uno dei più fedeli seguaci dello stile di Charlie Parke

Il 19 novembre 1977 muore il sassofonista Sonny Criss. Nato a Memphis, nel Tennessee il 23 ottobre 1927 viene registrato all’anagrafe con il nome di William Criss. Nel 1942 si trasferisce a Los Angeles dove comincia a suonare nelle ore libere con Shifty Henry. Terminati gli studi nell'inverno del 1946, Criss lavora con Sammy Yates, Johnny Otis, Howard McGhee, Al Killian, con un piccolo gruppo formato da Billy Eckstine al Billy Berg's e con Gerald Wilson. Nel 1948 viene chiamato da Norman Granz e compie diverse tournée con il Jazz at the Philharmonic, compresa anche agli inizi del 1950 quella con Billy Eckstine. Suona come indipendente a Los Angeles fino a quando viene scritturato da Stan Kenton per il Jazz Showcase '55, dopo di che dirige per un paio di anni gruppi sotto suo nome. L'anno successiva è a New York e in altre città della costa orientale con Buddy Rich e, nel 1959, torna a formare un proprio complesso. Partecipa a qualche trasmissione televisiva, chiamato da Bobby Troup, e appare in Europa tra il 1962 e il 1965. Tornato a Los Angeles continua il suo lavoro come free-lance dedicandosi, a partire dagli anni Settanta, all'insegnamento, anche a mezzo conferenze, rivolte ai giovani ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 1973 torna in Europa per esibirsi in numerosi concerti e registrazioni radiotelevisive. Di nuovo negli Stati Uniti continua la sua opera di insegnamento tornando poi in Europa e stabilendosi a Parigi nel 1974. Nella sua carriera ha inciso con Charlie Parker, Flip Phillips, Wardell Gray, Tommy Turk, Ralph Burns, Hollywood Jazz Concert e, sotto suo nome, per Mercury, Prestige, Impulse, Clef, Muse. Sonny Criss è considerato uno dei più fedeli seguaci dello stile di Charlie Parker, insieme a Sonny Stitt.
18 novembre, 2024
18 novembre 1960 – Kim, la figlia di Marty Wilde

17 novembre, 2024
17 novembre 1962 - Rita Pavone nel pallone

16 novembre, 2024
16 novembre 1967 - Jimmy Archey, il trombone di "This is jazz"

15 novembre, 2024
15 novembre 1913 – Gus Johnson, il batterista prodigio

14 novembre, 2024
14 novembre 1970 - L'irrequieto Ian Matthews al vertice delle classifiche di vendita

13 novembre, 2024
13 novembre 2000 - "One" dei Beatles? Un affare commerciale

12 novembre, 2024
12 novembre 1988 – Wild Wild West

11 novembre, 2024
11 novembre 1944 - Jesse Colin Young, l’anima e il cuore degli Youngbloods

10 novembre, 2024
10 novembre 1967 – Il blues doloroso di Ida Cox

09 novembre, 2024
9 novembre 1963 – We shall overcome

08 novembre, 2024
Patti Page, diva del pop

07 novembre, 2024
7 novembre 1972 - Black Ace, un campione del blues texano

Il 7 novembre 1972 si spegne all'età di sessantasette anni il cantante e chitarrista Black Ace, uno dei esponenti più significativi del blues texano. La sua morte non fa notizia perché da tempo il bluesman non si esibisce più e preferisce passare le giornate dietro al bancone dell'"Ace's Dark Room", il negozio di articoli fotografici che ha aperto a Fort Worth, nel "suo" Texas, lo stato dove è nato nel lontano 1905 a Hughes Springs. Il suo vero nome è Babe Kyro Lemon Turner. Per molto tempo la sua attività di bluesman si svolge quasi esclusivamente all'interno dei confini del Texas. Come molti esponenti del blues rurale il ragazzo è attaccatissimo alle sue origini contadine e alle contrade che lo hanno visto crescere. Non ha neppure un nome d'arte visto che gli è sufficiente troncare il suo lunghissimo nome anagrafico in combinazioni diverse per trovarsene uno nuovo ogni volta. Il suo isolamento cessa quando, cedendo alle lusinghe di suo amico registra Black ace, il brano che gli dà un'inaspettata notorietà e un nome d'arte definitivo. Ormai divenuto per tutti Ace Black prende sul serio il nuovo ruolo e inizia a migliorare la propria tecnica. Lavora a lungo sulle corde e aggiunge alla sua dote anche la chitarra hawayana nella quale viene istruito da Oscar Buddy Woods. Uscito dall'isolamento texano per molti anni si esibisce in tutti gli Stati Uniti, con una preferenza per quelli meridionali, dove si sente più a suo agio nel comunicare con la gente. Negli anni Sessanta molla tutto per aprire il negozio di articoli fotografici a Fort Worth, dove lavora fino alla morte.
06 novembre, 2024
6 novembre 1975 – L'impiegata stacca la spina ai Sex Pistols

05 novembre, 2024
5 novembre 1958 - Aiché Nanà e lo spogliarello del Rugantino

04 novembre, 2024
4 novembre 1966 - Gli angeli del fango

Il 4 novembre 1966 una fitta serie di nubifragi si abbatte sull’Italia. Venezia viene ricoperta dall’acqua per ventitrè ore mentre Firenze, una delle più belle città storiche del nostro paese, dopo essere stata sommersa per tre metri dalle acque dell’Arno, resta a lungo isolata dal resto del paese. Il bilancio finale parlerà di circa dodicimila sfollati e una settantina di morti. L’evento colpisce l’immaginazione dell’Italia intera e una fiumana di volontari, in gran parte giovani, decide di non restare con le mani in mano ma di correre ad aiutare la città. Giovani di tutte le regioni con zaini e sacchi a pelo, in autostop, in treno e con mezzi di fortuna partono per il capoluogo toscano intenzionati a dare il loro contributo soprattutto al salvataggio dei beni culturali. Accade così che la colorata e un po’ disprezzata generazione dei capelli lunghi e delle minigonne si renda protagonista di una straordinaria prova della sua capacità di muoversi al di fuori di qualunque struttura istituzionale. A Firenze li si vede lavorare fianco a fianco con le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e i militari. L’opera delle migliaia di ragazze e ragazzi si rivelerà preziosa e l’Italia, improvvisamente si accorgerà che questi giovani, chiamati fino al giorno prima con un po’ di disprezzo “capelloni” e “ninfette” non sono poi il diavolo. Dei nuovi sentimenti si farà interprete, tra gli altri, Giovanni Grazzini, l’inviato del Corriere della Sera che li ribattezzerà “Angeli del fango” scrivendo: «d’ora in avanti nessuno si permetta più d’insultarli».
03 novembre, 2024
3 novembre 1946 - Una sola radio
A partire dal 3 novembre del 1946 le trasmissioni radiofoniche diventano uniche su tutto il territorio nazionale. Lo annuncia, con non poca soddisfazione, la RAI (Radio Audizioni Italia), l'ente di stato per le radiodiffusioni che da pochi mesi ha sostituito l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), una sigla troppo legata all'esperienza del regime fascista per poter sopravvivere. Tutta la penisola torna così a essere riunita via etere. Nel periodo precedente alla Liberazione, infatti, i collegamenti tra il Nord occupato dai tedeschi dove era nata la Repubblica di Salò e il Sud in mano agli alleati non esistevano più. Il fronte, che passava attraverso la famosa Linea Gotica, divideva in due l’Italia anche per quel che riguardava la radiodiffusione. Ripristinati i collegamenti fra le stazioni settentrionali e quelle meridionali, anche la radio può riprendere finalmente a irradiare programmi omogenei su tutto il territorio italiano. Fa eccezione la Sardegna, temporaneamente esclusa dall’unificazione della rete. Gli ascoltatori possono sintonizzarsi su due canali distinti in onde medie: la Rete rossa e la Rete azzurra. Inutile dire che la musica fa la parte del leone proponendo una nuova generazione di interpreti, alcuni dei quali riabilitati dopo essere stati colpiti dalla censura fascista. Il pubblico impara così a conoscere i nomi del Quartetto Cetra, Lelio Luttazzi, Gorni Kramer e di molti altri. L'unificazione della rete di radiodiffusione non sarà l'unica novità. Nuove applicazioni tecnologiche sono, infatti, in arrivo. Sull’esempio di quanto avviene nel resto del mondo si inizia a considerare l’opportunità di utilizzare per le trasmissioni radiofoniche la modulazione di frequenza, meno soggetta a interferenze e a disturbi. In breve tempo anche i tecnici italiani saranno in grado di operare in questo campo e il 1° ottobre 1948 entrerà in funzione a Milano la prima stazione sperimentale di radiodiffusione a modulazione di frequenza.
02 novembre, 2024
2 novembre 1984 – Perfect strangers

01 novembre, 2024
1° novembre 1985 – I Big Audio Dynamite

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