09 giugno, 2018

9 giugno 1934 - Nasce Paperino

È nato il 9 giugno 1934. In quel giorno infatti nel cortometraggio animato The Wise Little Hen, conosciuto in Italia con il titolo La gallinella saggia fa la sua prima apparizione un nuovo componente della famiglia delle creazioni di Walt Disney. È un buffo papero che indossa blusa e cappello da marinaio. Il suo nome è Donald Duck, anzi, per la precisione Donald Fauntleroy Duck. Nella versione italiana diventa Paperino. Nei primi cartoni animati fa da spalla al personaggio principale di casa Disney, Mickey Mouse alias Topolino, ma già nel 1936 diventa protagonista, prima con Donald & Pluto e poi con Don Donald, ambientato in Messico, il primo interamente dedicato a lui. In occasione dei festeggiamenti per il sessantacinquesimo compleanno di Paperino viene anche stato indetto un concorso mondiale per il migliore disegno di Donald Duck del XXI secolo. L’opera vincitrice è esposta ad Anaheim, nel California Convention Center, accanto a Disneyland.

08 giugno, 2018

8 giugno 1948 - La prima Porsche 356

L’8 giugno 1948 nasce la prima Porsche 356. Tutto inizia nell’agosto del 1947 quando Ferdinand Porsche, il geniale progettista del primo Maggiolino, lasciata la prigione francese nella quale era stato rinchiuso con l’infamante accusa di collaborazionismo con i nazisti, torna a Gmünd in Carinzia. Qui scopre che il figlio Ferry, nonostante la sua assenza forzata, non ha gettato la spugna, ma insieme a Karl Rabe e Erwin Kamenada, i suoi più stretti e fedeli collaboratori d’un tempo, ha continuato a lavorare. I tre hanno aperto una modesta officina per la costruzione e la manutenzione di macchinari agricoli e autovetture. Il trio è molto popolare nella zona per la sua abilità nel riparare le vecchie Volkswagen militari riconvertite a uso agricolo da parte dei coltivatori austriaci. La scoperta più sorprendente e lieta che attende Ferdinand Porsche gli arriva, però, da suo figlio che ha salvato dalla distruzione degli stabilimenti Volkswagen i vecchi progetti di una versione coupé sportiva del futuro “maggiolino”. L’idea nata negli anni Trenta era quella di utilizzare gran parte degli organi meccanici della berlina per un modello dotato di un motore più potente che avrebbe dovuto partecipare al Rally Berlino-Roma del 1939. I responsabili della produzione della Volkswagen, più occupati a preparare le forniture belliche che a seguire i sogni di Ferdinand Porsche, non avevano ritenuto il progetto interessante mentre il Rally era stato annullato per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Un mese prima della liberazione di Ferdinand il suo sogno aveva cominciato a essere sviluppato nel concreto. Il 17 luglio, infatti, aveva rivisto la luce la progettazione per un modello sportivo a due posti derivato dalla meccanica Volkswagen. Il numero di riferimento del progetto è 356.00.015, lo stesso che contrassegnava i disegni dell’auto ideata da Ferdinand Porsche prima della guerra. 356 diviene così il nome della vettura che, pian piano, vede la luce. Il prototipo costruito a Gmünd è quello di un’auto sportiva aperta a due posti. È una soluzione quasi obbligata perché il trio non ha le risorse per costruire una carrozzeria chiusa. Il telaio tubolare d’acciaio e il motore sono presi pari pari dal Maggiolino mentre il cambio viene collocato a sbalzo dietro l’asse posteriore. Anche le sospensioni, lo sterzo e i freni sono gli stessi della Volkswagen. Le modifiche, piccole ma essenziali, servono soltanto a migliorare la potenza e la tenuta di strada. Per esempio le testate del motore da 1131 cc vengono modificate con valvole un po’ più grandi e un rapporto di compressione aumentato dall’originale 5,8:1 a 7:1 portando così la potenza da 25 a 35 cv. Successivamente viene aggiunto un secondo carburatore a corrente d’aria discendente e si arriva così a 40 cv. Le linee aerodinamiche della carrozzeria in alluminio della prima 356, progettate da Erwin Komenda prima della guerra, vengono fabbricate a mano dall’artigiano Friedrich Weber. L’8 giugno 1948 la prima vettura è pronta. Un mese dopo Herbert Kaes, cugino di Ferry e suo collaboratore tecnico, porta la 356 alla prima vittoria in una corsa su strada a Innsbruck. Il primo acquirente di una 356 è il signor Von Seeger, proprietario di un’agenzia pubblicitaria di Zurigo. La partecipazione ufficiale della 356 al Salone di Ginevra e le richieste conseguenti rischiano però di mettere in crisi sul nascere il sogno di Ferdinand Porsche. Mentre fioccano le prenotazioni, infatti Porsche padre e figlio devono affrontare i problemi relativi alla produzione, visto che le loro officine di Stoccarda sono ancora occupate dalle truppe statunitensi. Ripiegano allora sul garage della loro villa di Feuerbach dove si iniziano a produrre otto-dieci vetture al mese. Contemporaneamente per evitare conflitti con la Volkswagen Ferry Porsche stipula un accordo in cui si impegna a non costruire vetture che possano entrare in concorrenza diretta con il Maggiolino in cambio dell’utilizzo della componentistica e della rete commerciale della stessa Volkswagen. Alla fine del 1949 un contratto con il carrozziere Neuter di Stoccarda risolverà il problema. Quest’ultimo costruirà tutte le carrozzerie della 356. Le vetture interamente costruite a Gmünd sono quarantasei. Due anni dopo i Porsche rientreranno in possesso dei loro vecchi stabilimenti e trasferiranno l’intera produzione a Stoccarda.

27 maggio, 2018

27 maggio 1950 - Dee Dee Bridgewater, una voce per tutti i generi

Il 27 maggio 1950 nasce a Memphis, nel Tennessee, la cantante Dee Dee Bridgewater. All’anagrafe è registrata come Denise Eileen Garrett. Pur essendo figlia di un trombettista inizia a studiare musica relativamente tardi e i suoi primi ingaggi arrivano dalla band del padre e da vari gruppi scolastici. Nel 1968 entra alla Michigan State University. L'anno dopo ottiene un ingaggio con il sassofonista Andy Goodrich con il quale si esibisce nel 1969 al Festival dell’Università dell'Illinois. Proprio con la big band di quella università partecipa a una tournee in Unione Sovietica. Dell’orchestra fa parte il trombettista Cecil Vernon Bridgewater che più tardi diventerà suo marito. Trasferitasi a New York nel 1972 insieme al marito entra nell’organico della big band di Thad Jones e Mel Lewis con la quale resta fino al 1974. Nonostante l’intensa attività continua anche gli studi musicali con il pianista Roland Hanna. Nel 1975 partecipa al musical di Broadway “The Wiz”, vincendo un Tony Award per la sua brillante interpretazione. Passa poi con indifferenza dal jazz ad altri generi musicali senza alcun pregiudizio nemmeno nei confronti di quelli più commerciali ottenendo grandi successi. I critici di scuole jazzistica rilevano come nel suo canto si noti la profonda influenza di Nina Simone e Lena Horne.

21 maggio, 2018

22 maggio 1987 - La prima di "Ishtar" dopo mille vicissitudini

Il 22 maggio 1987 arriva finalmente nelle sale Ishtar, un film dalla storia tormentata. È il 1985 quando Elaine May propone per la prima volta a Warren Beatty l’idea di un film d’azione ispirato ad Avventura al Marocco, (Road to Morocco), il terzo di sette lungometraggi comici d’avventura interpretati dalla coppia formata da Bob Hope e Bing Crosby. La May pensa che il film possa fare da traino a una lunga serie imperniata su una coppia di improbabili e poco dotati cantautori la cui principale caratteristica è quella di mettersi nei guai. L’ipotesi è quella di affidare a Beatty la parte che nella serie originale era di Bob Hope, quella del pasticcione, ingenuo e confusionario. L’idea entusiasma l’attore e conquista anche il suo agente Bert Fields presente al colloquio. Per vestire i panni dell’altro componente della coppia, quello più disincantato e donnaiolo in origine interpretato da Bing Crosby sia la May che Beatty decidono di coinvolgere Dustin Hoffman. Quando la sceneggiatura è pronta tocca a Bert Fields il compito di convincere la Columbia Pictures a produrre il film. Il compito non è semplice. L’idea di avere sullo stesso set tre maniaci perfezionisti come la May, Beatty e Hoffman suscita notevoli perplessità sulla riuscita dell’impresa. La più discussa è la regia di Elaine May, conosciuta nell’ambiente per la sua indifferenza nei confronti dei problemi finanziari, per non rispettare i tempi di lavorazione, per la volubilità nell’organizzazione del set e soprattutto per la caratteristica di “sforare” con una certa facilità i limiti di budget. Alla fine di una lunga ed estenuante trattativa la determinazione di Warren Beatty vince le resistenza della Columbia. Nel mese di ottobre del 1985 si inizia a girare e cominciano i guai. Elaine May, colta da un parziale ripensamento, decide di riscrivere alcune parti e sospende la lavorazione per tre mesi. Il ritardo provoca l’abbandono del set da parte del direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, costretto a mantenere altri impegni. Al suo posto arriva Vittorio Storaro. Non mancano poi altre costose scelte di regia come quando la May rifà per una cinquantina di volte la scena in cui Beatty e Hoffman cantano Since we left ‘nam o fa spianare due chilometri quadrati di dune del deserto per ottenere l’orizzonte di ripresa che lei ritiene più adatto. Terminate le riprese anche la fase di post-produzione si rivela complicata e lunga. Il materiale girato è moltissimo, circa 108 ore di riprese, più del triplo di quanto normalmente accade per una commedia. Inizia così un lungo e controverso lavoro di montaggio complicato dai continui interventi, previsti dal contratto, dei due attori, oltre che della regista. Dopo vari rinvii Ishtar, la cui uscita era prevista per il periodo natalizio del 1986, arriva soltanto il 22 maggio 1987, cioè due anni dopo il primo ciak. È costato cinquanta milioni di dollari e si conquista il non invidiabile primato di “commedia più costosa della storia del cinema”. Trattato male dalla critica al momento della sua uscita nel corso degli anni si è trasformato in un cult amatissimo da registi come Quentin Trantino ed Edgar Wright.

17 maggio, 2018

18 maggio 1928 - Rabbit entra nella band del Duca

Il 18 maggio 1928 Duke Ellington propone a Johnny Hodges di entrare nella sua orchestra per sostituire Otto Hardwicke al sassofono alto. Nasce così un sodalizio destinata a durare fino alla morte del sassofonista, con un intervallo di soli quattro anni, dal 1951 al 1955, quando Hodges tenta di mettersi in proprio senza risultati apprezzabili. Una volta inserito nel congegno ellingtoniano, Johnny Hodges si scatena al punto da guadagnare il nomignolo di "Rabbit”, coniglio per i suoi improvvisi guizzi. Ellington gli affida i compiti più suggestivi, cioè quelli in cui occorre dare anima all'insieme della musica. Rabbitt è quel che ci vuole. Il suo impiego della nota prolungata fino al momento esaustivo sui tempi lenti come su quelli più veloci diventa uno degli elementi caratteristici dell'ensemble ellingtoniano. Hodges ha una straordinaria sicurezza tecnica che gli consente ritardi e riprese, inflessioni e fulminei recuperi di alta classe. Tra i suoi assoli destinati a restare nella storia sono da ricordare quelli in The Mooche del 1928, Saratoga Swing, Cotton Club Stomp del 1929, Dear Old Southland del 1933, Moonglow e Saddest Tale del 1934, Merry-Go-Round dell'anno successivo, The Gal from Joe's e A Gipsy Without a Song del 1938, Warm Valley del 1940, Esquire Swank, Magenta Haze del 1946, The Jeep Is Jumpin' del 1956, Things Ain't What They Used To Be e All of Me del 1959. A questi andrebbero aggiunti i contributi di Hodges ai poemi sinfonici ellingtoniani.

04 maggio, 2018

5 maggio 1896 - Robert "Guitar" Welch, il bluesman ergastolano

Il 5 maggio 1896 nasce a Memphis, nel Tennessee il bluesman Robert “Guitar” Welch. Di lui non si sa molto. Intorno ai vent'anni si esibisce come chitarrista nei locali della zona di Memphis e nel 1938 con i Greenville Shakers inizia le prime tournée negli Stati del Sud ottenendo un notevole successo. Dopo la seconda guerra mondiale entra a far parte dei Texas Serenaders, una formazione diretta da suo fratello. Accusato di essere l’autore di un omicidio viene condannato all'ergastolo e imprigionato ad Angola. Qui nel 1959 viene riscoperto dall'etnofolklorista Harry Oster, per il quale registra qualche canzone. La sua impostazione stilistica appare più vicina a quella del Delta che a quella di Memphis e si rifà all’antica tradizione. Sembra sia stato liberato nel 1966. In ogni caso dagli anni Sessanta manca di lui qualsiasi notizia.

23 aprile, 2018

24 aprile 1964 - Via la testa della Sirenetta di Copenaghen!

Il 24 aprile 1964 viene decapitata la famosissima statua della Sirenetta, collocata all'ingresso del porto di Copenaghen. La testa, segata e separata dal resto del corpo non verrà mai ritrovata e dovrà essere sostituita da una copia. Il gesto viene rivendicato da un gruppo di artisti appartenenti al movimento "situazionista". Qualche anno dopo uno dei leader del gruppo, Jorgen Nash dichiarerà di essere stato l'esecutore materiale della decapitazione. La statua realizzata dallo scultore Edward Eriksen utilizzando sua moglie Eline come modella e mostrata per la prima volta al pubblico il 23 agosto 1913 sarà periodicamente oggetto di provocazioni e atti vandalici.

21 aprile, 2018

22 aprile 1979 - Keith Richards in concerto per ordine del giudice

Il 22 aprile 1979 Keith Richards, il chitarrista dei Rolling Stones, tiene un singolare concerto nel Civic Auditorium di Ottawa, in Canada. Perché singolare? Tutto inizia il 24 ottobre dell’anno prima nel Palazzo di Giustizia di Toronto dove si svolge l’udienza conclusiva di un processo che vede il buon Keith imputato di detenzione di sostanze stupefacenti. I fatti contestati risalgono al 29 febbraio 1977, quando la polizia canadese, allertata da una soffiata, fa irruzione nella camera della rockstar all’Harbour Castle Hotel di Toronto rinvenendo ventidue grammi di eroina e cinque di cocaina. Arrestato, il chitarrista viene poi rilasciato dopo il pagamento di venticinquemila dollari di cauzione. L’accusa è di detenzione a scopo di spaccio, ma fin dal primo momento Richards fa capire che la sua linea di difesa è quella di chiedere la derubricazione del reato in detenzione per consumo personale. La vicenda, vista la popolarità del protagonista, attira l’attenzione dei media che mettono in risalto come la legislazione contro la diffusione e il consumo di stupefacenti sia inadeguata e ingiusta. «Solo i poveri vanno in galera. I ricchi no», è il leit-motiv di una campagna che vede anche le associazioni antiproibizioniste prendere posizione contro gli effetti di una normativa devastante sul piano sociale. Il reato contestato al chitarrista prevede la reclusione fino a diciotto mesi, convertibile in una sanzione monetaria o in lavori socialmente utili, e una multa salata. Tutti sanno però che le sue pressoché illimitate possibilità economiche lo rendono, nei fatti, diverso dal piccolo spacciatore squattrinato. I ricchi possono pagarsi la libertà, i poveri possono scegliere tra la galera o un periodo lavorativo al servizio della collettività. Per queste ragioni quando il giudice Lloyd Graburn entra nell’aula del Palazzo di Giustizia per la lettura della sentenza, c’è un silenzio carico di tensione. «Io credo – dice il giudice – che i legislatori di questo stato abbiano in mente una giustizia capace di equità e in grado di costituire un punto di riferimento certo per tutti i cittadini. Guai se si pensasse che le legge non è uguale per tutti». In conclusione decide di accettare la tesi del “consumo personale” ma di trattare Keith Richards come tutti gli altri. Lo obbliga a sottoporsi a un trattamento disintossicante e gli impone di prestare la sua capacità lavorativa al servizio della collettività stabilendo che entro sei mesi in un luogo di sua scelta purché sul territorio canadese deve tenere un concerto di beneficenza il cui ricavato è destinato a un istituto di assistenza ai ciechi, il Canadian National Institute for Blind. In più stabilisce la non convertibilità della pena in una sanzione monetaria. È una sentenza emblematica perché equipara nei fatti una persona dalle notevoli possibilità finanziarie al piccolo spacciatore squattrinato attribuendo un valore monetario al lavoro. È per chiudere il conto con la giustizia che il 22 aprile 1979 sale sul palco del Civic Auditorium di Ottawa. Per l’occasione è accompagnato dai New Barbarians, un gruppo composto dall’altro chitarrista dei Rolling Stones Ron Wood, dal bassista Stanley Clarke, dall’ex tastierista dei Faces Ian McLagan e dall’ex batterista dei Meters Ziggy Modeliste.

10 aprile, 2018

10 aprile 2003 - Se ne va Little Eva

Il 10 aprile 2003 muore a Kinston nel North Carolina Little Eva. La notizia viene data distrattamente dai media di tutto il mondo. Quel nome alle nuove generazioni non dice nulla e alle precedenti poco. Eppure per un brevissimo tempo quella di Little Eva è stata una stella luminosissima della scena pop internazionale. Nata a Belhaven, nel North Carolina, il 29 giugno 1945 viene registrata all'anagrafe con il nome di Eva Narcissus Boyd. La sua è una famiglia numerosa, costretta a muoversi continuamente inseguendo il lavoro. Anche la piccola Eva non può permettersi di vivere tranquillamente la sua infanzia. Tutti devono dare il loro contributo per tirare avanti e la ragazzina si adatta alle necessità. Il lungo peregrinare li porta nel 1960 a New York, dove Eva, ormai quindicenne, riesce a farsi assumere dalle famiglie dei quartieri ricchi come bambinaia. Tra i suoi affezionati clienti ci sono anche Gerry Goffin e Carole King, in quel periodo marito e moglie, oltre che autori di successo. Favorevolmente impressionati dalla sua voce la convincono a sottoporsi a un provino il cui esito è più convincente del previsto. La diciassettenne Eva si ritrova così con un contratto discografico e un frettoloso nome d'arte: Little Eva. La ditta Goffin & King decide di affidare alla sua voce Locomotion, un brano inizialmente scritto per Dee Dee Sharp. La canzone ottiene uno straordinario successo arrivando al vertice delle classifiche in vari paesi. Decisi a sfruttare fino in fondo l'inaspettata gallina dalle uova d'oro discografici e produttori decidono di utilizzare l'immagine della ragazza per lanciare anche un ballo di moda con lo stesso nome della canzone. Il risultato è quello di legare per sempre a "Locomotion" il personaggio di Little Eva. L'esplosione del beat e l'ondata di rinnovamento che attraversa la musica pop mondiale, fanno il resto. Dopo lo scarso successo di brani come Keep your hands off my baby, Let's turkey trot e Old smokey locomotion, nel 1964 si chiude la sua avventura discografica. La ragazza non ha ancora diciannove anni ed è ormai considerata un reperto d'epoca. Negli anni successivi si tornerà a parlare di lei ogni volta che Locomotion tornerà in classifica sull'onda della nostalgia. La morte se la porta via il 10 aprile 2003 dopo una lunga malattia.

05 aprile, 2018

6 aprile 2007 - Luigi Comencini, il regista impegnato dal linguaggio semplice

Nella mattinata di venerdì 6 aprile 2007 muore il regista Luigi Comencini, uno dei grandi del cinema italiano. La sua caratteristica particolare è quella di saper coniugare l'impegno e la denuncia sociale anche aspra con un linguaggio cinematografico semplice e accattivante. Nato a Salò, in provincia di Brescia, l'8 giugno 1916 nel 1938 quando è ancora studente universitario fa il critico cinematografico della rivista “Corrente” e, insieme ad Alberto Lattuada e a Mario Ferrari, si dedica alla ricerca e alla conservazione di vecchi film. Nel dopoguerra scrive ancora di cinema prima sull’“Avanti!” e poi sul settimanale “Tempo”. Il suo esordio dietro alla macchina da presa avviene nel 1946 con il documentario “Bambini in città”, sulle condizioni dell’infanzia nelle periferie urbane. Due anni dopo gira il suo primo film “Proibito rubare”, ambientato tra gli scugnizzi napoletani, cui seguono “L’imperatore di Capri” nel 1950 con Totò, e due film dedicati al delicato tema della prostituzione: “Persiane chiuse” del 1951 e “La tratta delle bianche” del 1952. La vera svolta nella sua carriera avviene, però, con “Pane, amore e fantasia” nel 1952. Il film ottiene un enorme successo di pubblico e segna la definitiva consacrazione di Comencini tra i grandi del cinema italiano. La capacità di mescolare l’osservazione e il racconto degli umori sociali in vicende apparentemente leggere e divertenti finiranno per essere i tratti caratteristici di quello che all’epoca si chiama ancora “neorealismo rosa” me che qualche anno dopo troverà dignità di genere nella Commedia all’italiana. I funerali si svolgono nel pomeriggio del 7 aprile a Roma in piazza Cavour nella chiesa di rito. Per onorare la sua scomparsa Rai2 modifica la programmazione della serata e manda in onda il suo film "Pane, amore e fantasia".

03 aprile, 2018

3 aprile 1946 - Giuseppe Parmigiani detto Beppe, il sax di Castel San Giovanni

Il 3 aprile 1946 nasce a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza il sassofonista Giuseppe Parmigiani detto Beppe, una delle numerose figure carismatiche della scena jazz italiana. Lui stesso non ha mai saputo dire quando gli sia nata la voglia di fare della musica la sua principale passione. L'unica cosa certa è che a undici anni suona già nella banda del paese. A quattordici si iscrive al corso di clarinetto del conservatorio di Piacenza e nel 1967 ottiene il diploma. Nel 1975 fa le prime esperienze jazz nel quintetto di Luciano Biasutti del quale scrive buona parte delle composizioni. Con questa formazione nel 1976 incide l'album Blue bone nel quale effettua alcune improvvisazioni col flauto dolce e fa una tournée in Bulgaria partecipando al festival di Sopot. Dal 1975 insegna clarinetto al conservatorio di Piacenza. Nel 1978 collabora con la big band del Capolinea diretta da Attilio Donadio e Tullio De Piscopo. Ancora nel 1978 e nel 1980 tiene seminari sul sassofono jazz a Rovereto, in provincia di Trento, dove ha pure l'opportunità di suonare con Franco D'Andrea. Negli anni Ottanta forma una big band di ragazzi, la Sugar Kitty Band dalla quale escono moltissimi talenti del jazz italiano.

17 marzo, 2018

17 marzo 2009 - Milano assedia i Killers

«Ciao Milano! Siamo i Killers! Al vostro servizio…». Così sul palco del Forum d’Assago di fronte a un pubblico straboccante il 17 marzo 2009 Brandon Flowers, leader e frontman dei Killers ha dato inizio al concerto della sua band. Non è la prima volta che il gruppo arriva a Milano (poco più di due anni prima si è esibito al Rolling Stone) ma questa volta, complice il successo planetario del loro brano Human, i quattro ragazzi di Las Vegas sono stati sottoposti a un vero e proprio assedio da parte di migliaia di fans impazziti mentre i biglietti del concerto, più di 12.000, si esauriscono in pochissimo tempo. Già al mattino una folla variopinta prima si accalca ai cancelli, e, dopo l’apertura sciama nell’impianto milanese occupando ogni spazio disponibile. L’attesa dell’inizio del concerto della band è rotta dall’esibizione dei californiani Louis XIV. Non è mai facile fare da spalla alle star ma la band fa fatica a mantenere la concentrazione di fronte al disinteresse e, in qualche caso, alla maleducazione degli spettatori. Per questa ragione verso la fine dell’esibizione, sale sul palco a dar loro una mano il batterista dei Killers Ronnie Vannucci che per l’occasione imbraccia la chitarra e canticchia nei cori di una delle loro canzoni. L’attesa termina poco prima delle 22.000 quando, con le note di Human, inizia la performance dei Killers.

27 gennaio, 2018

27 maggio 1940 - "Caccia al passante" e uno strano quartetto

Il 27 maggio del 1940 al teatro Valle di Roma va in scena “Caccia al passante”, uno spettacolo di varietà ideato e scritto da Agenore Incrocci, un autore che si firma con lo pseudonimo di Age ed è destinato a lasciare un segno profondo nella storia dello spettacolo italiano. Lo presenta Mario Riva e tra gli artisti che si alternano sul palcoscenico c’è un complesso vocale formato da quattro ragazzotti le cui età sommate non raggiungono gli ottant’anni. I quattro cantano una versione di Bambina innamorata decisamente innovativa e ritmata sulla falsariga di quello che dall’altra parte dell’oceano fanno i gruppi vocali americani d’ispirazione jazzistica come i Mills Brothers. Il pubblico applaude entusiasta. Si presentano come Quartetto Egie, prendendo in prestito la parola ottenuta assemblando le iniziali dei nomi di battesimo dei componenti: Enrico Gentile, Giovanni Giacobetti detto ‘Tata’, Iacopo Jacomelli ed Enrico De Angelis. Il gruppo può contare anche su una sorta di quinto componente aggiunto in Virgilio Savona, un geniale musicista appassionato di jazz che ne cura l’impostazione e mette mano agli arrangiamenti. La loro esibizione non passa inosservata. Convocati per un provino radiofonico sostituiscono Iacopo Jacomelli, intenzionato a continuare come solista, con Virgilio Savona e cambiano nome in Quartetto Ritmo. L’8 ottobre del 1941, accompagnati dall’Orchestra Zeme, si esibiscono per la prima volta ai microfoni della radio cantando Il Visconte di Castelfombrone tratto dal popolare sceneggiato radiofonico “I quattro moschettieri”, ma i problemi non sono finiti. Nello stesso periodo, infatti, anche Enrico Gentile, che fino a quel momento aveva avuto il ruolo della voce solista, è costretto a lasciare i compagni per adempiere agli obblighi militari. Al suo posto arriva un giovane che proviene da Fondi in provincia di Latina. Si chiama Felice Chiusano. Con il nuovo organico il gruppo cambia ancora nome in Quartetto Cetra, si dice in omaggio alla casa discografica che li ha scritturati.


18 novembre, 2017

19 novembre 2001 – Gli Zen dal web a "Pornstar"

Il 19 novembre 2001 la casa discografica High Tuned Records pubblica Pornstar, il primo album degli Zen, una band romana divenuta in poco tempo popolarissima senza avere ancora pubblicato un disco. La storia inizia nel 1998 quando quattro amici dell’hinterland di Roma formano un gruppo cui danno, appunto, il nome di Zen. Dopo un paio d’anni di gavetta fra Roma e dintorni, si iscrivono più per scherzo che per reale convinzione all’edizione di Emergenza Festival del 2000. Man mano che le esibizioni si susseguono gli Zen prendono sempre maggiore confidenza con il palco e attirano la simpatia del pubblico. L’avventura finisce la vittoria nella finale del festival a Roma. Ormai ci hanno preso gusto. Per questo nell’agosto dello stesso anno partecipano all’annuale Taubertal Open Air Festival, una rassegna che si svolge nella deliziosa città medioevale tedesca di Rothenburg. In quell’edizione condividono lo stage con band come No Fun At All, Oomph! e Guano Apes. Nel settembre del 2000 suonano a Parigi insieme ai tedeschi Emil Bulls. Sempre in quel periodo, gli Zen incidono alcuni provini che promuovono via web attraverso il proprio sito e altri specializzati. È proprio il web a trasformarli in una sorta di fenomeno mediatico. In poche settimane il loro brano (This’s) the end of the world viene scaricato da centinaia di ragazzi da tutta Europa e la loro popolarità cresce in maniera esponenziale. La stessa High Tuned Records, dopo aver ascoltato il brano in rete, decide di scritturarli per il loro album d’esordio. Pornstar segna l’inizio di una bella avventura. Pochi mesi dopo gli Zen vinceranno Sanremo Rock & Trend.



15 ottobre, 2017

15 ottobre 1968 – Come uno Zeppelin di piombo

Il 15 ottobre 1968 due componenti degli Who, il batterista Keith Moon e il bassista John Entwistle, sono nell’aula magna della Surrey University. Anonimi e confusi tra il pubblico stanno assistendo a un concerto dei New Yardbirds, la band formata dopo lo scioglimento degli Yardbirds dal chitarrista Jimmy Page e dal bassista John Paul Jones con il cantante Robert Plant e il batterista John Henry “Bonzo” Bonham, entrambi provenienti dai Band of Joy. I due componenti degli Who, amici del manager del gruppo Peter Grant, non sembrano particolarmente convinti da quanto accade sul palco. L’esibizione nonostante abbia scatenato l’entusiasmo del pubblico li lascia perplessi. Fanno notare a Grant come il gruppo di Page, salito sul palco senza particolare entusiasmo, si sia poi progressivamente sgonfiato fino a dare l’impressione di aver fretta di chiudere. Quando vanno nei camerini a salutare i musicisti ne parlano con lo stesso Page che non ha alcuna difficoltà ad ammettere che l’impressione è quella giusta. Non cerca giustificazioni. Attribuisce la brutta esibizione soprattutto alla stanchezza per un repertorio, quello dei vecchi Yardbirds, che non soddisfa più le loro esigenze artistiche, ma che deve essere eseguito per esigenze contrattuali. «Abbiamo pronto un nuovo repertorio, un buon numero di nuovi pezzi e stiamo ancora cercando un nome per la band. Vogliamo cambiare, abbiamo bisogno di cambiare… cambieremo», dice il chitarrista. Il clima è disteso e rilassato perciò sia Moon che Entwistle iniziano a fare battute con i ragazzi del gruppo sul concerto. In particolare il batterista degli Who ridendo dice «Going down like a lead Zeppelin» (Siete andati giù come uno Zeppelin di piombo). Il riferimento al nome dei famosi dirigibili tedeschi colpisce Jimmy Page che ammicca alla battuta, ma si fissa bene in mente la frase. Qualche giorno dopo le ultime due parole ispireranno il nuovo nome del gruppo. Tolta la “a” di “Lead”, i New Yardbirds diventeranno così i Led Zeppelin, uno dei grandi gruppi di culto della storia del rock destinato a entrare nella leggenda. Gli storici musicali li indicheranno come gli artefici della vera svolta post-Beatles, originali creatori di una miscela di blues elettrico e rock ad altissimo volume capace di recuperare la carica eversiva di un genere che iniziava a spegnersi.

01 agosto, 2017

1° agosto 1966 - Al concerto degli Who una serata di straordinaria follia

Nel 1966 il National Jazz and Blues Festival di Windsor, arrivato alla sua sesta edizione, è ormai considerato uno dei più importanti appuntamenti musicali dell’estate inglese. Articolato su una serie di concerti che si svolgono nel periodo compreso tra gli ultimi giorni di luglio e la metà d’agosto, si è evoluto nel tempo. Intelligentemente ha iniziato a dare spazio, oltre che al jazz tradizionale, anche ai nuovi gruppi emergenti della scena rock britannica, attirando così l’attenzione di un vasto pubblico giovanile. Il programma del 1966 prevede l’esibizione di band come gli Yardbirds, Chris Farlowe, i Move, gli esordienti Cream, ma soprattutto gli attesissimi Who. Questi ultimi, distruttori di strumenti e famosi per la loro musica violenta, sono divenuti in breve tempo l’emblema del movimento Mod. La loro My generation (Spero di morire prima di diventare vecchio/sto parlando della mia generazione) è quasi un inno per la gioventù inglese in cerca di emozioni forti e mette in evidenza la capacità del gruppo di essere, più di tutti gli altri, capace di fornire una colonna sonora alle prime bande giovanili. La loro musica è violenta, aggressiva e i loro fans sono parte di quella massa enorme di ragazzi che anni dopo verrà definita “proletariato giovanile”. Sono i giovani nati e cresciuti nelle periferie industriali delle grandi città britanniche che lasciano presto la scuola per lavorare in fabbrica. La loro voglia di cambiare è rabbia inespressa, primitiva. L’idea di cambiamento non si alimenta con ideali, non c’è tempo. C’è da lavorare per tirare avanti e resta solo il fine settimana per coltivare il sogno di una vita diversa. Ci sono gli amici, la musica e la possibilità di rompere, meglio se con la violenza, il quieto conformismo di una settimana lavorativa che al lunedì, tutti i lunedì, ricomincia sempre uguale a se stessa. Ce l’hanno con tutti, ma soprattutto con i loro genitori che non hanno fatto niente per cambiare la vita e l’ambiente in cui vivono. La loro è una ribellione senza particolari obiettivi e gli Who ne sono i profeti ideali. Il chitarrista Pete Townshend così definisce la filosofia mod: «I Mod sono il rifiuto di quello che c’era prima. Se ne fregano della tv, delle beghe dei politici e della guerra del Vietnam...». Con il tempo il gruppo cambierà registro, analizzerà a fondo le ragioni del suo successo e cercherà contenuti nuovi producendo capolavori come Tommy o Quadrophenia, ma nel 1966 è ancora un concentrato di rabbia e violenza pura. I suoi componenti, Roger Daltrey, Pete Townshend, John Entwistle e Keith Moon non sono differenti dai ragazzi che li amano. Litigano spesso, s’azzuffano, vivono senza regole e quasi quotidianamente annunciano l’intenzione di sciogliere la band. Il 1° agosto 1966, comunque, sono a Windsor, come prevede il programma del festival. Quando salgono sul palco l’immenso tendone che ospita i concerti fatica a contenere l’entusiasmo di centinaia di spettatori accaldati e stretti come sardine. Dopo un’ora e mezza di concerto gli Who danno il via al rito della violenta distruzione dei loro strumenti. Quando Pete Townshend spacca contro il pavimento del palco la sua chitarra, un giovane spettatore delle ultime file fa lo stesso con una sedia lanciando i pezzi in aria. Quasi fosse un segnale la maggioranza dei presenti inizia a rompere tutto quello che gli capita sotto mano. I pochi agenti di polizia presenti sul posto chiamano rinforzi, mentre gli organizzatori si affannano nel vano tentativo di convincere i ragazzi a desistere dalla loro opera di distruzione. Tutto è inutile. In preda a una sorta di follia collettiva, prima che le forze dell’ordine riescano a fermarli, i giovani, dopo aver scalato le strutture metalliche, completano la loro opera distruggendo anche il tendone che ospita i concerti.

20 giugno, 2017

20 giugno 1987 – Lisa l'ispanica

Il 20 giugno 1987 al vertice della classifica statunitense dei singoli più venduti svetta il brano Head to toe, la cui interpretazione è firmata dai Lisa Lisa & Cult Jam. Il brano, estratto dall'album Spanish Fly, porta per la quarta volta nelle classifiche di vendita la band nata nei quartieri ispanici di New York. Il risultato smentisce poi le previsioni di quei critici che avevano considerato Lisa Lisa & Cult Jam poco più di una meteora nata casualmente nel vorticoso mondo della dance. Il gruppo nasce nella prima metà degli anni Ottanta quando la sua leader indiscussa, Lisa Velez, incontra Mike Hughes e Alex "Spanador" Mosley, che fino a quel momento hanno raggranellato qualche soldo suonando come musicisti di studio. I tre si mettono insieme e iniziano a proporsi, senza risultato, a varie case discografiche. Rassegnati stanno per chiudere bottega quando incontrano i Full Force, una band formata dai fratelli Lou, Paul e Brian George con Gerry Charles, Junior Clarke e Curt Bedeau, di cui si dice un gran bene. I due gruppi uniscono gli sforzi e, proprio grazie alla relativa popolarità dei Full Force, nel 1985 pubblicano l'album Lisa Lisa & Cult Jam with Full Force con tre singoli dance di successo. Mentre per i Full Force la strada diventa facile, Lisa Lisa & Cult Jam vengono considerati un po' come dei miracolati cui è toccato in sorte il biglietto vincente della lotteria. Faticano a trovare qualcuno che creda nelle loro possibilità e soltanto nel 1987 riescono a pubblicare il loro primo album da soli: Spanish fly. Sostenuta dal tifo delle comunità ispaniche la band vola alta. Arriva al vertice delle classifiche con Head to one e si ripete con Lost in emotion. La band dell'orgogliosa Lisa Velez ce l'ha fatta. Nel 1990 dedicherà alla sua gente l'album Straight outta hell's kitchen prendendo in prestito il nomignolo sprezzante con cui i benpensanti newyorkesi chiamano il quartiere dove è nata: Hell's kitchen (cucina dell'inferno).

10 giugno, 2017

10 giugno 1940 – C’è la guerra, niente musica americana!

Il 10 giugno 1940, mentre Benito Mussolini annuncia che l’Italia fascista ha dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, un provvedimento specifico vieta di ballare in pubblico e procede alla chiusura dei locali notturni. Da tempo, nel suo processo di normalizzazione della cultura e dello spettacolo, il regime fascista alterna provvedimenti durissimi a momenti di liberalizzazione di fatto. Più si stringono i rapporti con la Germania nazista e maggiori si fanno le restrizioni alla libertà di espressione, non solo in campo musicale. Dopo la promulgazione delle famigerate leggi razziali si è assistito a un progressivo giro di vite contro tutto ciò che può essere occasione di scambio di idee o che appare, sia pur velatamente, "straniero". La dichiarazione di guerra peggiora ancora la situazione. Un bando apposito comunica agli italiani che la "musica americana" o anche solo "d’ispirazione americana" debba intendersi categoricamente proibita. Dopo gli autori di origine ebrea vengono anche il jazz viene cancellato, nonostante uno dei figli di Mussolini, Romano, riscuota la stima dei musicisti che lo considerano uno dei più promettenti esponenti del genere. Di fronte all'attacco inizia la resistenza. Con fantasia e genialità c’è chi aggira i divieti, spesso rischiando la carriera e, in qualche caso, la vita stessa. Uno dei personaggi più singolari del periodo fascista è il jazzista Luigi Redaelli che, con lo pseudonimo di Pippo Starnazza, se ne frega dei divieti e continua a cantare in un inglese strampalato e inventato riproponendo al pubblico classici proibiti come Dinah, Sweet Sue o St. Louis blues. Lo fa giocando sull'ironia. Con una buffa voce da nero americano, un inglese maccheronico con un forte accento milanese e le smorfie della sua faccia di gomma confonde le idee della censura provinciale e ignorante dell’italietta fascista che vede in lui più una macchietta che un grande batterista jazz quale egli è. Si costruisce un personaggio unico come la grancassa della sua batteria, sulla quale sono dipinti un buffo ritratto e lo scudetto dell’Inter. Al di là degli aspetti più coloriti, il suo lavoro resta un momento di resistenza importante perché, oltre a mantenere in vita un genere musicale che si vuol cancellare, dà la possibilità a vari strumentisti di continuare a lavorare nonostante la censura.

16 maggio, 2017

16 maggio 1969 - Gli Who malmenano un poliziotto

Il 16 maggio 1969 gli Who si esibiscono al Fillmore East di New York. Lo scenario è quello che da qualche tempo accompagna i concerti della band, soprattutto nelle esibizioni statunitensi: una folla impressionante di ragazze e ragazzi che si accalca urlante sotto il palco mentre il servizio d'ordine è impegnato con molta fatica a contenere l'entusiasmo dei più agitati. Ogni tanto qualcuno riesce a passare il primo cordone di sicurezza e ad avvicinarsi pericolosamente al palco prima di essere riacciuffato e ributtato indietro di peso dagli addetti al servizio d'ordine. È un gioco pericoloso, ma sembra che i fans lo trovino divertente al punto che fa ormai parte del tradizionale scenario dei concerti degli Who. In quel 16 maggio però avviene un evento imprevedibile. Nel palazzo vicino al luogo del concerto scoppia un incendio. L'assordante volume dell'amplificazione e la quasi completa insonorizzazione del locale impediscono agli spettatori chiusi nel Fillmore East di accorgersi che all'esterno c'è una situazione d'emergenza. In realtà non c'è alcun pericolo diretto perché le fiamme sono a una distanza tale da non poter minacciare direttamente né tantomeno raggiungere il locale che ospita il concerto degli Who. I responsabili dell'ordine pubblico temono però che al termine dell'esibizione della band l'uscita massiccia di centinaia di persone e l'inevitabile confusione possano creare problemi ai vigili del fuoco impegnati nello spegnimento. Dopo un breve consulto viene presa la decisione di avvertire gli spettatori del concerto di quanto sta succedendo all'esterno, spiegando che non ci sono rischi ma invitandoli a defluire con calma e attenzione. Via radio vengono informati della decisione gli agenti in borghese all'interno del Fillmore East con la raccomandazione di evitare panico inutile. L'ordine è quello di avvertire al pubblico alla fine del concerto, chiedendo magari la collaborazione dei musicisti del gruppo per ottenere l'attenzione necessaria. Uno dei poliziotti in servizio però, a dispetto degli ordini ricevuti, decide di fare da solo senza aspettare la conclusione del concerto. Mentre Roger Daltrey il cantante degli Who sta presentando al pubblico un brano. L'agente, che è in borghese, balza sul palco e tenta di impossessarsi del microfono. Il chitarrista Pete Townshend, pensando di trovarsi di fronte a uno squilibrato sfuggito al servizio d'ordine si lancia verso di lui  e prima che l'uomo riesca a qualificarsi lo colpisce con un tremendo calcio. Gli Who di quel periodo sono tipetti tosti e abituati a menar le mani. E così mentre il malcapitato cade a terra il bassista John Entwistle, prima ancora di verificare chi sia il disturbatore, gli fracassa lo strumento sulla schiena. Vedendo il collega malmenato i poliziotti presenti nel locale si muovono velocemente verso il palco tentando di intervenire ma non ce la fanno a oltrepassare un servizio d'ordine allenato a reggere l'urto dei fans esagitati e vengono respinti. Nel parapiglia che segue anche il pubblico fa la sua parte e per alcuni minuti il concerto si trasforma in una gigantesca rissa. Pian piano ci si rende conto della serie di equivoci da cui tutto è nato e, sia pur con qualche difficoltà, torna la calma. Il concerto però non può più riprendere perché il responsabile delle forze dell'ordine interne al locale decide di arrestare Pete Townshend per aggressione nei confronti di un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni. Il chitarrista passerà la notte in carcere e soltanto il giorno dopo riuscirà a dimostrare la sua buona fede.

01 aprile, 2017

1° aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye

La sera del 1° aprile del 1984, un'ambulanza arriva a sirene spiegate al 2101 South Grammercy di Los Angeles, dove c'è la casa del vecchio reverendo Gaye, un pastore evangelico famoso nel quartiere, oltre che per le sue prediche, per il fatto di essere il padre del cantante e compositore Marvin Gaye. Il personale dell'ambulanza entra correndo in casa e si trova di fronte a una scena agghiacciante. Steso a terra c'è Marvin Gaye immerso in una pozza di sangue, mentre seduto su una sedia con la testa tra le mani il padre ripete come un automa: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…». All'arrivo della polizia si lascia ammanettare senza opporre resistenza. Ha ucciso il figlio con un colpo solo al cuore sparato da una pistola che gli era stata regalata pochi giorni prima dallo stesso Marvin. Sostiene di non aver avuto alternative perché il figlio, in preda alla droga, avrebbe tentato d'ucciderlo. I giudici accoglieranno parzialmente la tesi della legittima difesa e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Finiscono così la vita e la straordinaria carriera di Marvin Gaye alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno. Da tempo in preda a frequenti crisi depressive non aveva mai completamente riassorbito lo shock della morte di Tammi Terrell, la compagna artistica svenuta in scena tra le sue braccia nel 1969. Non a caso dopo la scomparsa le sue canzoni erano divenute più problematiche e profonde. Considerato negli anni Settanta uno dei più grandi solisti neri della storia del rock aveva saputo rinnovarsi e mantenere inalterata la sua popolarità anche all'inizio del decennio successivo pur dando l'impressione di non riuscire più a liberarsi dai problemi derivati dall'eccessivo uso di stupefacenti e da una vita privata costellata da delusioni. Pochi mesi prima della sua morte si era trasferito nella casa dei genitori in cerca di aiuto, ma i vicini raccontano di frequenti liti con il padre, rigoroso predicatore, che lo accusava di essere un cattivo esempio per i giovani. Pochi giorni prima di morire aveva regalato lui all'austero genitore la pistola che l'avrebbe ucciso. C'è chi ipotizza che la sua morte sia stato un atto deciso a freddo, come David Ritz, l’autore una biografia molto dettagliata del cantante che scrive: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale... Marvin sapeva quello che faceva: voleva morire. Solo quattro giorni prima di essere ucciso si era buttato fuori da una macchina che viaggiava a novanta chilometri all’ora su una Freeway di Los Angeles».