Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio...
04 febbraio, 2020
5 febbraio 1903 - Earl Fouché, saxoclarinettista di Sam Morgan
Il 5 febbraio 1903 nasce a New Orleans, in Louisiana, il saxoclarinettista Earl Fouché. Nipote di John Joseph, uno dei primi maestri di contrabbasso di New Orleans, inizia a suonare il sassofono proprio sotto la guida dello zio quando è ancora ragazzo. Trasferitosi a New York con la famiglia verso il 1920 continua i suoi studi musicali con il professor Henry Nickerson, un insegnante creolo molto quotato tra i musicisti di colore residenti ad Harlem. Rientra poi a New Orleans nel 1925 e viene subito ingaggiato dai fratelli Morgan (Isahia e Sam), con i quali lavora per diversi anni consecutivi; esibendosi nei più rinomati locali della città e conquistandosi una grossa popolarità anche in grazie alla quotazione e alla fama di cui godeva la jazz band di Sam Morgan. Con questa formazione Fouchè registra una serie di dischi per la Columbia che sono oggi annoverati tra i migliori in assoluto incisi a New Orleans nel corso degli anni Venti e nei quali ha modo di emergere come solista di sax alto dimostrando delle doti tecnico-strumentali non comuni per quell'epoca. Nel 1932, dopo lo scioglimento dell'orchestra di Morgan, suona al Country Club a fianco di Steve Lewis e Johnny St. Cyr e poi si aggrega alla Tuxedo Orchestra di Bebè Ridgely. Nel 1937 si trasferisce a San Antonio nel Texas per suonare nel gruppo di Don Albert con il quale effettua un lungo tour. Nel dopoguerra si stabilisce a Santa Barbara in California dove riprende a suonare alla testa di un suo gruppo a struttura variabile che manterrà per anni.
03 febbraio, 2020
4 febbraio 1981 - La prima volta di J.R.

02 febbraio, 2020
2 febbraio 2002 – I Subsonica al vertice della classifica

Il 2 febbraio 2002 fa un certo effetto vedere al vertice della classifica dei dischi più venduti in Italia un album decisamente inusuale come Amorematico dei Subsonica. Il successo della band torinese nata nel 1996 dall'incontro di Samuel, il cantante degli Amici di Roland, con il chitarrista C-Max proveniente dagli Africa Unite conferma le tesi di chi sostiene che la crisi di vendite dell'industria discografica italiana nasca, oltre che dai prezzi, dalla sostanziale mancanza di idee. Lo pensano anche i Subsonica: «Quando cominci a vendere dischi, arriva un sacco di gente che ti spiega come hai fatto e come devi comportarti per restare in vetta. A noi non interessava uniformarci a un format sonoro gradevole e scacciapensieri che fa contenti gli uffici marketing ma che ha distrutto il mercato discografico». Il disco conferma le qualità del gruppo cresciuto nel vivace nightclubbing torinese ed esalta l'apporto di DJ Roger Rama, uno che pensa che la contaminazione espressiva sia una pratica e non una vuota teorizzazione. In più ci sono i testi, che affondano l'ispirazione nella realtà e raccontano anche la persecuzione del diverso, le manifestazioni no-global e gli scontri di Genova. Non è un album rivoluzionario, ma segnala la possibilità che qualcosa possa cambiare nel panorama e nel linguaggio della musica italiana. Alla conferenza stampa di presentazione i Subsonica hanno giustificato l'assenza del rapper marocchino Rachid dicendo «avrebbe dovuto essere qui, ma è stato pestato a sangue da tre carabinieri mentre camminava nel parco del Valentino». Sono fatti così e vederli in vetta alla classifica mette di buon umore tutti quelli che vogliono bene alla musica e al mondo…
31 gennaio, 2020
31 gennaio 1937 - Philip Glass, un minimalista nella new age

Il 31 gennaio 1937 nasce a Baltimora il tastierista Philip Glass forse il più osannato esponente del movimento minimalista e uno degli iniziatori della "new age music". Diplomatosi alla Juilliard School, nel 1964 si stabilisce a Parigi dove avvia una ricerca particolare influenzato dalla musica tibetana e dal sitarista indiano Ravi Shankar, oltre che, per la parte teorica del suo lavoro, dalla pedagoga musicale francese Nadia Boulanger. Proprio l'adattamento della musica di Ravi Shankar per il film "Chappaqua" è considerato il primo lavoro di rilievo della sua carriera. Tornato a New York all'inizio degli anni Settanta lavora con La Monte Young, Terry Riley e Steve Reich. Successivamente forma il Philip Glass Ensemble e diventa rapidamente uno dei maggiori esponenti di quel movimento minimalista che ha preso avvio dall'album In C di Terry Riley pubblicando album come Music in similar motion & music in 5ths nel 1973, Music in 12 parts 1 & 2 nel 1974, North star nel 1977 e molti altri. Tra le sue creazioni musicali legate alle immagini hanno particolare importanza la colonna sonora del film "Toscando", l'opera Einstein on the beach (, composta nel 1976 insieme al direttore d'orchestra Robert Wilson, Satyaghra nel 1979 sulla vita di Gandhi) e Akhnaten nel 1984 sulla vita del faraone Ajnatòn. In quest'ultima Glass utilizza ben sei voci soliste più l'orchestra e i cori della Stuttgart State Opera. Philip Glass è stato il primo artista, dopo Igor Stravinsky, a firmare un contratto discografico esclusivo con la CBS Masterworks. Nel 1984 Philip compone la musica per la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Los Angeles e nel 1986 pubblica Songs from liquid days con la collaborazione di David Byrne, Laurie Anderson, Suzanne Vega, Paul Simon per i testi e con alcune interpretazioni di Linda Ronstadt, Douglas Perry e del Kronos Quartet. Nel 2015 ha pubblicato la propria Autobiografia, dal titolo
"Parole senza musica".
29 gennaio, 2020
29 gennaio 1959 – Jula De Palma scandalizza l'italietta bigotta
Alle ore 22,20 di giovedì 29 gennaio 1959 sul palcoscenico del Festival di Sanremo sale Jula De Palma, all’anagrafe registrata con il nome di Iolanda De Palma, una ragazza milanese di ventisette anni che da tempo non fa dormire sonni tranquilli a bigotti e moralisti. Cinque anni prima, infatti, in un’intervista rilasciata al settimanale “Sorrisi e Canzoni” quando le era stato chiesto se ammettesse il divorzio, invece di allinearsi alla tesi ufficiale dell’indissolubilità del matrimonio o trincerarsi dietro a un riserbo sospetto (il massimo della dissociazione consentito in quel periodo) aveva candidamente risposto: «Si, nel senso di non creare situazioni illegali in un matrimonio sbagliato». Nata nell’ambiente del jazz e scoperta da Lelio Luttazzi, che a soli diciotto anni l’ha aiutata a entrare nel ristretto gruppo dei cantanti della Rai, si è conquistata stima e simpatia per il suo stile ispirato alle grandi vocalist del jazz e la voce carica di sensualità. Considerata una delle più innovative cantanti della musica leggera italiana di quel periodo è però insofferente alle limitazioni. Per questa ragione piace molto al pubblico e meno a impresari e manager che vivono ogni sua esibizione pubblica con il fiato sospeso. Nonostante tutto in quella serata del 29 gennaio 1959 non ci sembrano esserci motivi di preoccupazione. Jula De Palma deve cantare Tua, una canzone composta da Pallesi e Malgoni che in gara viene eseguita anche dalla voce tranquilla di Tonina Torrielli, l’ex operaia di una fabbrica dolciaria soprannominata “la caramellaia di Novi Ligure”. Eppure quando la ragazza sale sul palcoscenico del Festival succede qualcosa di particolare. La sensualità sbarca per la prima volta sul proscenio del festival musicale più popolare d’Italia. Fin dalle prime note la sua voce si muove su tonalità inusuali, di derivazione jazzistica. Profonda e sensuale, quasi impercettibile sussurra confidenziale «Tua, tra le braccia tue...» in solitudine, accompagnata soltanto dal contrabbasso. È una voce nuda, cioè senza accompagnamento orchestrale, che si riveste progressivamente con l’ingresso successivo dei vari strumenti. Dopo il contrabbasso tocca alla batteria, che entra in punta di... spazzola, per non turbare l’atmosfera e poi via via gli altri ma senza mai coprire la voce che, come un serpentello, si avviluppa alle note con grazia tentatrice. La sua straordinaria interpretazione, ricca di sensualità, viene accusata di essere «...scandalosa al limite dell’offesa al pudore». L’accusa oggi può far sorridere ma nell’Italia bigotta degli anni Cinquanta c’è poco da scherzare. Alla Rai e ai giornali arriva una lunga serie di lettere di protesta. Una tra le molte che vengono rese pubbliche finisce per restare emblematica dell’epoca. È di una donna che si definisce “una sposina” e chiede addirittura l’intervento della magistratura contro la “scandalosa cantante” perchè il suo modo di cantare potrebbe configurare il reato di “istigazione all’adulterio”. Un incauto critico giornalista scrive che la ragazza ha eseguito la canzone «...come se fosse in camera da letto» e altri non perdono l’occasione per rilevare come il morbido e leggero vestito da sera indossato per l’occasione assomigli a una camicia da notte. Insomma sulla testa della povera Jula De Palma si scatena una vera e propria tempesta mediatica che rischia di travolgerla. Poi finalmente il Festival finisce con Tua che si piazza al quarto posto. Le polemiche invece continuano ancora per un po’ anche se la casa discografica della cantante accetta di modificare il passaggio «Tua/sulla bocca tua/finalmente mia...» in «Tua/ogni istante tua/dolcemente tua...». Se l’accorgimento consente al disco di evitare rischi non così accade a Jula De Palma che da quel momento si vede oggetto di censure ripetute. Non viene bandita dalla scena radiotelevisiva italiana come accadrà a Mina, ma nei suoi confronti l’Italia bigotta e codina dell’epoca mette in atto una serie di “ritorsioni” e “dispetti” che finiscono per condizionarne la carriera. Per anni le viene attribuita la fama di essere un “personaggio incontrollabile” sul piano caratteriale e una cantante troppo snob per il grande pubblico. In realtà è una delle pochissime interpreti che dopo essere arrivate alla musica pop dal jazz non tradiscono le proprie origini ma tentano di mettere in relazione i due differenti generi musicali. Nonostante tutto nella sua lunga carriera partecipa a varie manifestazioni musicali e pubblica molti dischi, tra cui due divertenti EP intitolati Quando una ragazza si chiama Jula 1 e Quando una ragazza si chiama Jula 2 oltre a un album ispirato al jazz dei suoi primi anni intitolato Whisky e Dixie. Nel 1972 dà l’addio al palcoscenico con un recital al Teatro Sistina di Roma accompagnata dall’orchestra di Gianni Ferrio e nel 1974 si esibisce per l’ultima volta in televisione cantando una divertente versione di Tulipan con Raffaella Carrà e Mina nel programma “Milleluci”. Qualche tempo dopo decide di lasciare l'Italia con il marito Carlo Lanzi per stabilirsi in Canada. Le sue qualità interpretative e la sua ecletticità musicale le valgono il rispetto della critica e un buon successo di pubblico. A dispetto delle emarginazioni e delle censure con il passare degli anni la sua figura artistica è stata rivalutata anche nel confronto con le interpreti più popolari dell'epoca.
28 gennaio, 2020
28 gennaio 1930 – Angel "Pocho" Gatti, il jazzista venuto dall’Argentina

26 gennaio, 2020
26 gennaio 2006 - Letze nacht, l’ultima notte

25 gennaio, 2020
25 gennaio 1975 – Antonello Venditti dall’impegno alla curva

Antonello Venditti, uno dei più amati e impegnati cantautori della nuova generazione compone una canzone dedicata alla sua squadra del cuore. Il 25 gennaio 1975, in occasione del derby calcistico Roma-Lazio, presenta il singolo Roma Roma (La Roma non si discute si ama), un brano del tutto controcorrente rispetto alla sua produzione che per alcuni è un segno dei tempi e del progressivo affievolirsi delle illusioni sulla possibilità di cambiare la società, per altri solo un’idea per guadagnare di più e per altri ancora soltanto un atto d'amore. Sul retro del disco, pubblicato dalla RCA, si possono ascoltare i cori dei tifosi della Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma registrati dal vivo. I suoi ammiratori ‘della prima ora’ faticano a digerire quello che considerano come un cedimento commerciale e un tradimento della sua linea d’impegno politico e sociale, tanto che in alcuni concerti nasceranno furibonde discussioni sull’argomento tra il pubblico e il cantante.
24 gennaio, 2020
24 gennaio 1939 - Julius Hemphill, il sax del Black Artist Group

Il 24 gennaio 1939 nasce il sassofonista Julius Hemphill. La città che gli dà i natali è Fort Worth, nel Texas la stessa dove sono nati tra gli altri i sassofonisti Ornette Coleman e Dewey Redman e il batterista Charles Moffett. A dodici anni Hemphill soffia già nel clarinetto sotto la guida di John Carter e successivamente passa al sassofono tenore e trova qualche ingaggio in vari gruppi, soprattutto di blues. Chiamato alle armi, viene destinato a Saint Louis, nel Missouri. La città lo conquista al punto da convincerlo a restare lì anche dopo la fine del servizio di leva. Proprio a Saint Louis nel 1968 dà vita al BAG (Black Artist Group), un'associazione simile alla chicagoana AACM (Association For Advancement of Creative Musician), che, però, allarga la sua sfera d’interesse anche a campi espressivi diversi dalla musica improvvisata quali la danza, il teatro, la poesia e la pittura. Con lui nel BAG ci sono vari musicisti come Jerome Harris, Charles Bobo Shaw, Oliver Lake, Arzinia Richardson e tanti altri. Nel 1971 Hemphill forma un gruppo di cui divide la leadership con il pianista John Hicks, uno dei più frequenti compagni d’avventura artistica della sua carriera con il quale nel 1974 partecipa all'incisione di Fast Last! di Lester Bowie. A Chicago collabora con il polistrumentista Anthony Braxton. A partire dal 1975 i suoi interessi sembrano orientarsi alle esperienze solistiche, spesso sperimentali, nonostante l’esperienza collettiva del World Saxophone Quartet il gruppo formato nel 1976 con Hamlet Bluiett, David Murray e Oliver Lake. Muore a New York il 2 aprile 1995.
23 gennaio, 2020
23 gennaio 1951 – Alibert, la stella dell’Operetta Marsigliese

22 gennaio, 2020
22 gennaio 1977 - Mai più aborti clandestini

Il 22 gennaio 1977 la Camera approva la legge che legalizza l’aborto in Italia e rende possibile l’interruzione di gravidanza all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Chiesta da un ampio schieramento di forze con alla testa il movimento delle donne, la legge dovrebbe, nelle intenzioni dei proponenti, sancire la fine degli aborti clandestini nel nostro paese. L’articolato prevede anche un potenziamento dell’educazione sessuale e dell’informazione, in modo da impedire che l’aborto venga utilizzato in funzione contraccettiva. Non è in questione il giudizio sull’aborto, tanto che i sostenitori della legge dichiarano: «Al di là dei giudizi morali l’aborto è e resta un dramma. Lo scopo di questa legge è quello di toglierlo dagli anfratti bui della clandestinità che arricchisce medici senza scrupoli e praticoni di paese. Ora si tratta di andare oltre, diffondendo la conoscenza sui metodi contraccettivi e portando l’educazione sessuale nelle scuole».
21 gennaio, 2020
21 gennaio 2005 – I Chemical Brothers non sono i salvatori della dance music

20 gennaio, 2020
20 gennaio 1976 – La tromba nomade di Gus Deloof

19 gennaio, 2020
19 gennaio 2006 - Wilson Pickett ci saluta e se ne va

18 gennaio, 2020
18 gennaio 1964 – Il caso dei coniugi Bebawi

17 gennaio, 2020
17 gennaio 1920 – Il jazz progressista di George Handy

Il 17 gennaio 1920 nasce a Brooklyn, New York, George Joseph Hendleman, destinato a lasciare un segno importante nella storia del jazz con il nome di George Handy. Pianista e arrangiatore legherà il suo nome al progetto di “jazz progressista” dell'orchestra di Boyd Reaburn. I primi rudimenti del “mestiere” li impara ancora bambino da sua madre pianista. Successivamente studia allo Juilliard Institute e alla New York University prendendo anche lezioni private da Aaron Copland, uno sperimentatore di fusioni tra folklore e jazz le cui idee influenzeranno non poco Handy che già nel 1938 suona con Michael Loring. Dopo il servizio militare, nel 1941 scrive composizioni e arrangiamenti per Raymond Scott, un pianista-arrangiatore di Brooklyn, dimostrando un buon talento. Verso la fine del 1943 entra nell’orchestra di Boyd Reaburn. Proprio con questa band si nell’esperienza del progressive-jazz avvicinando le istanze di rinnovamento del jazz alla musica colta europea contemporanea, soprattutto a quella di influenza stravinskiana, e al be bop. L’esperimento viene chiamato “advance jazz” o “progressive jazz” e i brani più significativi come Tone poem in four movements, March of the boys e Sitterburg suite composti e arrangiati da lui. Sempre in quegli anni si avvicina anche al be bop partecipando, tra l'altro, a una seduta di incisione organizzata da Ross Russell. Successivamente lavora come arrangiatore e compositore negli studios della Paramount a Los Angeles. Tra gli arrangiamenti di quel periodo sono da ricordare There's no you e Tonsillectomy. Lavora poi a New York suonando occasionalmente il piano con il batterista Buddy Rich e con il pianista Freddy Slack e scrivendo composizioni per pianoforte e balletti. Muore l'8 gennaio 1997.
16 gennaio, 2020
16 gennaio 2004 – Il Big Day Out australiano è “tutto esaurito”

14 gennaio, 2020
15 gennaio 1974 – Roy Bargy, il pianista di Whiteman

Il 15 gennaio 1974 muore il pianista e arrangiatore Roy Bargy che negli anni Venti e Trenta è stato uno dei più popolari strumentisti dell'orchestra di Paul Whiteman. Nato intorno al 1900 anche se sulla sua data di nascita non ci sono certezze, dal settembre del 1920 al dicembre del 1922 è direttore musicale e pianista della Benson Orchestra of Chicago, con la quale si esibisce al Marigold Gardens e al Trianon Ballroom di Chicago. Dopo un lungo periodo come pianista in teatri, alberghi e locali notturni, a partire dal 1928 si unisce all’orchestra di Paul Whiteman con la quale resta per dieci anni suonando al fianco di Bix Beiderbecke, Frankie Trumbauer, Eddie Lang, Joe Venuti e altre stelle del firmamento jazzistico. Dai primi anni Quaranta si dedica maggiormente all’attività di organizzatore e direttore di orchestre per spettacoli alla radio.
14 gennaio 1941 - Lolo Bellonzi, dalla fanfara al jazz

Il 14 gennaio 1941 nasce a Nizza il batterista Lolo Bellonzi, all’anagrafe registrato con il nome di Charles. A sette anni picchia sul tamburo di una banda paesana, quella che tecnicamente si chiama “fanfara”. Fino a tredici anni è quella la sua scuola principale. Studia anche la fisarmonica, ma il fascino che esercitano su di lui le percussioni è irresistibile. Nel 1956 grazie anche ai consigli di Barney Wilen, comincia a dedicarsi al jazz. Alla fine degli anni Cinquanta suona sulla Costa Azzurra con vari gruppi anche se la musica è più un hobby che un mestiere. La svolta nella sua vita arriva nel 1960 quando rompe gli indugi e va a Parigi per diventare un batterista a tempo pieno. Nella capitale suona con molti musicisti statunitensi in club che hanno fatto la storia del jazz, come il Tabou, il Cameleon, il Chat-qui-Pêche, il Club Saint-Germain o il Mars Club. Fa anche parte del quintetto di Georges Arvanitas. Suona poi al Blue Note con Bud Powell, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Lou Bennett, Kenny Drew e molti altri. Dal 1965 al 1968 è il batterista del trio di Martial Solal con cui si esibisce in numerosi concerti. In seguito lascia il jazz e diventa il batterista del cantante Claude Nougaro ma non è un addio definitivo perchè a partire dal 1979 riprende la sua attività nel campo del jazz suonando con Kay Winding, Harry Edison e con il trio di Maurice Vander.
13 gennaio, 2020
13 gennaio 1963 – Sonny Clark,il pianista frenetico

Il 13 gennaio 1963 un infarto chiude a soli trentadue anni la carriera di Conrad Yeatis Clark, in arte Sonny Clark, uno dei migliori talenti pianistici del jazz di quel periodo. Nato a Herminie, in Pennsylvania, il 21 luglio 1931 inizia a studiare pianoforte a quattro anni. All’impegno sui tasti bianchi e neri si affiancano poi alcuni corsi di contrabbasso e vibrafono per “curiosità culturale”. Nel 1940 si trasferisce con la famiglia a Pittsburgh e nel 1947 inizia a esibirsi in pubblico come pianista. Alla morte della madre si trasferisce a Los Angeles, in California, ospite di una zia. Qui comincia a farsi conoscere lavorando con Wardell Gray, Teddy Edwards, Jack Sheldon e Harold Land. Si trasferisce poi a San Francisco, dove entra a far parte di un gruppo guidato da Oscar Pettiford. Tra il 1953 e il 1956, per due anni e mezzo entra far parte del quartetto del clarinettista Buddy De Franco sostituendo Kenny Drew. Proprio con il clarinettista, tra il gennaio e il febbraio 1954, effettua anche una tournée in Europa. Chiusa quell’esperienza nel 1956 suona con i Lighthouse All Stars del contrabbassista Howard Rumsey e nel 1957 si trasferisce a New York come accompagnatore della cantante Dinah Washington. In quel periodo lavora attivamente anche in sala di incisione soprattutto per la etichetta Blue Note che lo ingaggia e come solista e come strumentista di studio. Vedono così la luce sei album a suo nome con partner quali Philly Joe Jones, Hank Mobley, Louis Hayes, Art Farmer, Paul Chambers, John Coltrane, Jackie McLean, Billy Higgins. Nello stesso periodo registra moltissimi brani al fianco di Sonny Rollins, Clifford Jordan, Curtis Fuller, John Jenkins, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Ike Quebec e altri. A queste vanno poi aggiunte anche le registrazioni realizzate per altre case discografiche. L’intensa e frenetica attività si interrompe nel 1962, quando Clark, che da tempo era diventato un po’ troppo amico di sostanze stupefacenti viene ricoverato in ospedale perchè evidenzia i sintomi di un’infezione. Nei primi giorni del 1963, dopo alcuni mesi di degenza, viene dimesso. Tornato a casa viene colto da un infarto. A poco più di trent’anni il nome di Sonny Clark si aggiunge così alla lunga lista di giovani talenti morti prematuramente.
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