Il 31 ottobre 1929 nasce a Napoli Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli. Il padre è un uomo d’affari e la famiglia vive in una situazione di discreto benessere. Nel 1940 i Pedersoli se ne vanno a Roma dove il piccolo Carlo entra a far parte di un club di nuoto. Diplomatosi a soli diciassette anni si iscrive all’Università. Nel 1947 segue per un paio d’anni la famiglia in Sudamerica e, tornato in patria, inizia ad affermarsi nel nuoto vincendo titoli in varie specialità e conquistando il record nazionale cento metri stile libero dove scende per primo sotto la barriera del minuto netto. Partecipa poi alle Olimpiadi di Helsinki 1952 sia nel nuoto che nella pallanuoto, a quelle di Melbourne 1956 e a Roma 1960. In quel periodo esordisce anche nel cinema con una comparsata in Quo Vadis?, dove impersona un soldato romano, ma non dimentica gli studi e si laurea in Giurisprudenza. Dopo un tentativo come autore di testi per canzoni lavoricchia nel cinema e produce vari documentari per la RAI. Ex nuotatore olimpionico con un fisico imponente e la faccia da gigante buono Bud Spencer arriva al cinema relativamente tardi. L’assenza di scuole specifiche e l’imponenza della sua figura fanno presagire un suo utilizzo nella parti di caratterista. Forse sarebbe davvero finita così se sulla sua strada non avesse incontrato il western all’italiana, un altro attore apparentemente limitato come Terence Hill e un regista come Giuseppe Colizzi che lo vuole nel suo western Dio perdona... io no!. La pellicola, nella quale fa coppia con Terence Hill, lo fa conoscere e segna l’avvio di una lunghissima e fortunata carriera. Il western all’italiana, per la schematicità dei suoi codici, ha la necessità di attori capaci di caratterizzare nel modo più netto possibile i personaggi perché in genere non c’è né tempo né voglia di indulgere in complicate elaborazioni psicologiche. In questo senso Bud Spencer è perfetto: grande, grosso, generoso e con la faccia da buono si fa capire immediatamente. L’incontro con Terence Hill completa entrambi perché nella coppia ciascuno dà all’altro quello che manca. Colizzi ha il merito di intuirlo per tempo e fare la fortuna di tutti e due. Muore a Roma il 27 giugno 2016.
Quello che viene chiamato "rock" non è soltanto un genere musicale. È uno stato d'animo, un modo d'essere che incrocia la musica, il cinema, la letteratura, il teatro e la creatività in genere compresa quella destinata alla produzione industriale. Per chi è nato negli anni Cinquanta e Sessanta è un sottofondo, una colonna sonora di ogni momento della vita, di pensieri e ricordi. Esiste da sempre e aiuta a vivere meglio. Un po' come il comunismo.
31 ottobre, 2020
30 ottobre, 2020
30 ottobre 1969 – Lo slapping poderoso di Pop Foster
Il 30 ottobre 1969 muore a San Francisco, in California il contrabbassista Pop Foster, registrato all’anagrafe con il nome di George Murphy Foster. Nato a McCall, in Louisiana, il 19 maggio 1892 al momento della more è considerato uno dei più grandi contrabbassisti della storia del jazz, grazie al suo poderoso slapping creato da una possente forza delle dita e dei muscoli del braccio che quasi fa da contraltare al suo aspetto esile e dimesso. Il talento di Pop è soprattutto nelle sue intuizioni ritmiche che gli consentono di lanciare i solisti anticipandone il linguaggio. La sua tecnica, più vicino alla perfezione di un metronomo che ai capricci dell'invenzione, gli consente di diventare rapidamente uno dei protagonisti dello stile New Orleans delle origini. La sua carriera musicale inizia infatti proprio a New Orleans dove si trasferisce giovanissimo con la famiglia costretta ad abbandonare la piantagione di McCall in cui è nato e vissuto da bambino. Il suo primo strumento è il violoncello che impara sotto la guida del padre e della sorella. Soltanto a sedici anni passa al contrabbasso bruciando rapidamente le tappe. Prima dei vent’anni suona già con band come l'Eagle Band e la Magnolia Jazz Band che intrattengono i turisti ospitati dai battelli in navigazione sulle acque del Mississippi. Nello stesso periodo suona anche nei locali di Storyville insieme ai maestri leggendari dello stile di New Orleans, da King Oliver a Roy Palmer e George Baquet. Successivamente lascia New Orleans per entrare nell'orchestra itinerante di Fate Marable di cui fanno parte anche Louis Armstrong e Baby Dodds. Con loro Pop affina la sua tendenza ad irrobustire l’accompagnamento fino a sostituire definitivamente il basso tuba con il suo contrabbasso. Dalla band di Fate Marable passa poi a quella di Charlie Creath, un altro leggendario musicista della regione del delta e, dopo una breve parentesi californiana, se ne va a New York per suonare nell’orchestra di Luis Russell con la quale resta dal 1929 al 1940. Nella seconda metà degli anni Quaranta il jazz tradizionale va un po’ in crisi e non gli consente di guadagnare quanto basta per vivere Pop Foster continua a suonare ma si mantiene facendo l’operaio nella metropolitana di New York. I musicisti di cui si circonda in quegli anni sono i neri di New Orleans che vivono la fase del recupero storico, quali Baby Dodds, Bunk Johnson, George Lewis, ma anche i jazzmen bianchi di Chicago, primo fra tutti quell’Art Hodes, che ha saputo dare una coscienza storica e critica all'intero fenomeno del jazz delle origini. Rudi Blesh chiama Pop accanto a sé nelle celebri esibizioni radiofoniche intitolate “This Is Jazz” alle quali partecipa il meglio del jazz tradizionale. Dal 1949 al 1951 è a Boston con l'orchestra di Bob Wilber e successivamente con Jimmy Archey. Negli anni Sessanta deve ridurre la sua attività per ragioni di salute. Con la sua morte scompare uno dei protagonisti della scuola classica di contrabbasso.
29 ottobre, 2020
29 ottobre 2004 - Viene ripubblicato in cd il mitico album “Un biglietto del tram” degli Stormy Six
Il 29 ottobre 2004 torna nei negozi italiani di dischi Un biglietto del tram degli Stormy Six, l’album di Stalingrado, La fabbrica e Dante Di Nanni, uno dei dischi storici della musica italiana degli anni Settanta. Rimasterizzato in digitale dalla BTF è diventato un Cd in confezione cartonata con tutti i testi dei brani, i disegni originali e le etichette d’epoca. A quasi trent’anni dalla sua prima pubblicazione nell'aprile del 1975 non suona per niente datato. Tutte le canzoni, infatti, conservano intatto il fascino, la freschezza e l'energia comunicativa che le hanno impresse nel cuore e nella memoria di tante generazioni. In Un biglietto del tram gli Stormy Six mettono in poesia l'epopea della resistenza, dalla battaglia di Stalingrado agli scioperi del 1944, dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia allo sbandamento dell'esercito italiano dopo l'8 settembre, ai fucilati di Piazzale Loreto, alla lotta di liberazione contro il nazifascismo. Sul piano musicale esprimono un magistrale equilibrio tra ricerca espressiva "colta" e tradizione popolare dando ampio spazio alle parti strumentali e non facendosi catturare dai luoghi comuni pop-rock. Le storie sono raccontate con gusto e slancio popolare ricollegando senza retorica presente e storia, epica e quotidiano. Riascoltarli nella versione originale è un’emozione che fa bene al cuore e alla mente.
28 ottobre, 2020
28 ottobre 1947 - Wanda Radicchi, in arte Monna Lisa, una delle voci del jazz italiano
Il 28 ottobre 1947 nasce a Crotone Wanda Radicchi, cantante con il nome d’arte di Monna Lisa e corista tra le più apprezzate della scena musicale italiana. Scoperta nel 1955 dal batterista Gil Cuppini, Monna Lisa in breve diventa una delle più apprezzate cantanti jazz italiane e si esibisce in concerto, oltre che con l'orchestra di Cuppini, con Chet Baker, Gorni Kramer, Renato Sellani e altri. Tra i suoi brani più famosi di questo periodo ci sono It had to be you, Whats new? e Cry me a river. La sua voce non si pone però limiti di genere e non disdegna interessanti esperienze nella musica leggera. La sua voce compare in moltissime registrazioni di successo di grandi artisti tra i quali figurano anche Lucio Battisti, Mina e Ornella Vanoni.
27 ottobre, 2020
27 ottobre 1962 – Giovanni Ardizzone era il suo nome
Il 27 ottobre 1962 in una Milano blindata muore investito da una camionetta della polizia Giovanni Ardizzone. La sua sola colpa è quella di essere lì per manifestare a favore della pace. Sono giorni difficili e la terra è sull'orlo della catastrofe nucleare. In quella che passerà alla storia come la "crisi dei missili", gli Stati Uniti fanno suonare le trombe di guerra contro un piccolo stato "canaglia", colpevole di aver cacciato le multinazionali nordamericane e di avere scelto la via socialista: Cuba. Nell'immaginario collettivo è la Cuba dei "barbudos", di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, la "Isla grande" che ha dimostrato al mondo come anche nel cortile di casa degli imperialisti sia possibile dare un senso concreto a parole come libertà, socialismo e comunismo. Come sempre, come oggi, anche allora c'è chi non se ne accorge, chi guarda indeciso, chi si schiera dalla parte del più forte e chi si mobilita, oltre che per la pace, anche per l'autonomia e l'indipendenza di Cuba socialista. Tra questi ultimi c'è Giovanni Ardizzone, il ventunenne figlio unico del farmacista di Castano Primo, un borgo nelle vicinanze di Milano. Studente universitario, iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia, frequenta il collegio universitario Fulvio Testi ed è un militante comunista. La sua vita quotidiana non è diversa da quella di tanti giovani di oggi. Le sue giornate passano veloci scandite da discussioni, volantinaggi, riunioni, cinema e musica. Quando, come, in tante altre città italiane, la Camera del Lavoro di Milano organizza una grande manifestazione pacifista e di protesta contro l'aggressione statunitense, Giovanni e i suoi compagni sono, come sempre, in prima fila. È il 27 ottobre 1962, un sabato d'autunno. In piazza c'è molta gente e sono tanti, tantissimi i giovani. Dopo il discorso del segretario della CGIL è previsto un corteo per le vie del centro storico di Milano. Alla partenza non c'è particolare tensione. Nonostante la nutrita presenza di polizia, in particolare del Terzo Battaglione della Celere, corpo speciale di intervento anti-manifestazioni, giunto appositamente da Padova, non si registra alcun incidente. Quando la testa del corteo arriva in piazza del Duomo, però, il clima muta all'improvviso. Senza alcuna ragione plausibile la polizia riceve l'ordine di disperdere i manifestanti pacifisti. Scoppia un inferno di cariche, pestaggi, mentre il rombo dei motori delle jeep diventa la colonna sonora di un terrore del tutto ingiustificato. Impreparati all'attacco a freddo i manifestanti tentano di reagire con lanci di pietre e bastoni, ma il rapporto di forza è impari. Le gimkane motoristiche li costringono a rifugiarsi nelle vie adiacenti alla piazza alla mercé dei poliziotti che si scatenano in una vera e propria caccia all'uomo. Dove gli spazi sono più larghi le camionette si gettano a pazza velocità contro i partecipanti al corteo senza fermarsi davanti a nulla. Giovanni Ardizzone viene investito e travolto davanti alla Antica Loggia dei Mercanti, di fronte al Duomo. Poco più in là altri due partecipanti al corteo restano al suolo. Sono il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana, di 57 anni. Da subito si capisce che per il giovane studente non c'è nulla da fare. Giovanni Ardizzone muore poche ore dopo in ospedale. Agli altri due feriti va meglio. Dopo essere stati in fin di vita per alcuni giorni, riusciranno a riprendersi. La notizia dell'uccisione di Giovanni fa il giro della città. Nella notte tra il sabato e la domenica, gruppi di giovani operai, studenti e cittadini arrivano alla spicciolata nel luogo dove è stato ucciso, si siedono per terra e danno vita a una silenziosa veglia. Il giorno dopo, domenica 28 ottobre, i piccoli gruppi sono diventati una folla impressionante che occupa gran parte della Piazza del Duomo e dei dintorni. Il luogo dell'assassinio è sommerso da fiori e cartelli. I parlamentari comunisti e della sinistra presentano note di protesta e interrogazioni urgenti contro una versione "ufficiale" del ministero dell'interno, avallata da gran parte della stampa che parla di “banale, per quanto spiacevole, incidente stradale”. Lunedì 29 ottobre gli operai delle fabbriche milanesi entrano in sciopero e nelle università e nelle scuole superiori di Milano e hinterland vengono sospese le lezioni in segno di protesta contro l’assassinio di Ardizzone. Nella notte tra lunedì e martedì la foto del giovane caduto viene collocata nel vicino Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza, dove continua il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda. L'emozione e lo sdegno per l'assassinio non si fermano, però, a Milano. In tutto il paese vengono indetti scioperi e manifestazioni di studenti e operai. Giovanni Ardizzone non resta solo neppure nel suo ultimo viaggio. Il giorno dei funerali Castano Primo è invaso da migliaia di persone, arrivate da ogni parte d'Italia per dare l'estremo saluto al giovane comunista caduto combattendo per la pace. Ispirandosi alla vicenda di Giovanni, il cantautore Ivan Della Mea scrive la sua Ballata per l’Ardizzone.
26 ottobre, 2020
26 ottobre 1926 - Il massacro di Merca, l'altra faccia di "Faccetta nera"
Nella notte del 26 ottobre 1926 tra i coloni italiani della cittadina di Genale, in Somalia, si diffonde la notizia che lo sceicco Ali Mohamed Nur, un capo religioso sospettato di appoggiare la resistenza somala contro l’occupazione italiana si è rifugiato con un gruppo di suoi seguaci all’interno della moschea di El Hagi, a Merca, un villaggio poco distante. Invece di attendere l’esercito una cinquantina di ex squadristi insediatisi a Genale decidono di farsi giustizia da soli. Armati di moschetti e di fucili da caccia si dirigono verso Merca. Arrivati nel villaggio circondano la moschea e trucidano indistintamente tutte le persone che si trovano all’interno. Esaltati dall’impresa decidono di proseguire uccidendo tutta la popolazione indigena del villaggio. Il proposito viene però stroncato dall’intervento sia pur tardivo dei reparti dell’esercito. La strage, che resta nella storia come “Il massacro di Merca” è uno dei tanti episodi di crimini di cui s’è macchiata l’avventura coloniale italiana.
25 ottobre, 2020
25 ottobre 1948 – Anselmo Genovese, più autore che cantante
Il 25 ottobre 1948 a Camporosso, in provincia d’Imperia nasce il cantante e autore Anselmo Genovese. Nel 1965, a soli diciassette anni, firma Ora un brano beat che viene pubblicato su disco RCA dai Kites. Due anni dopo fonda i Sextons, un gruppo dalla breve vita che contribuisce a farlo conoscere. Successivamente passa con i Kidnappers, una band già affermata di cui diventa l’insostituibile chitarrista. Proprio con i Kidnappers incide nel 1968 il suo primo disco, un singolo con i brani E se un angelo e Ho sete. Scritturato come solista dalla Ariston pubblica nel 1969 come Anselmo (senza il cognome) il brano Il fuoco è spento, da lui stesso scritto e composto. L’anno successivo recupera il suo nome intero e partecipa a “Un disco per l'estate” con il brano Per 70 lire. Sempre nel 1970 Paolo Mengoli interpreta con buon successo la sua Muore il giorno ma l'amore no. La svolta nella sua carriera arriva quando Ornella Vanoni, colpita dal talento compositivo, lo convoca e decide di inserire nel suo repertorio Il tempo d’impazzire. Il brano, presentato dalla cantante a “Canzonissima '71” ottiene un grande successo sia in Italia che in Spagna. Due anni dopo Ornella Vanoni incide un altro brano scritto da Anselmo Genovese, Pazza d'amore, sigla della trasmissione radiofonica “Gran Varietà”, presentata da Johnny Dorelli e dalla stessa Ornella Vanoni. Ormai affermato come autore Anselmo Genovese scrive nel 1973 La grande risposta per Giovanna e nel 1974 Farei anche il meccanico per Piero Focaccia. Sempre nel 1974 Anselmo Genovese partecipa a “Un disco per l'estate” interpretando La prima volta, un brano originariamente destinato all’Equipe 84. L’anno dopo una sua canzone intitolata La nostra buona educazione viene pubblicato da Julio Iglesias in cinque lingue e vendendo più di diciotto milioni di copie in tutto il mondo. Nel 1976 partecipa al “Discoinverno” con Sensazione di un grande amore, e l’anno dopo porta al Festivalbar Un grido di gabbiani. Il successo di questo brano gli apre le porte del Festival di Sanremo cui partecipa nel 1978 con Tu sola. Nel 1979 Mina interpreta e porta al successo la sua Anche un uomo, sigla del rifacimento del programma a quiz “Lascia o raddoppia?” presentata Mike Bongiorno. Nel 1980 Genovese pubblica È facile e l’anno dopo Mia cara Brooklyn un brano scritto appositamente per il varietà televisino “Te la do io l’America” presentato da Beppe Grillo. Nel 1987 incide il suo ultimo singolo con i brani Anno 2000 e Senza umanità. Prende poi la decisione di non esibirsi più in pubblico pur continuando a scrivere canzoni come Anche un uomo, Il cigno dell'amore, Senza fiato, Un' aquila nel cuore, Senza umanità, Momento magico e tante altre.
24 ottobre, 2020
24 ottobre 2006 - Bruno Lauzi, l’impegno e l’ironia
Il 24 ottobre 2006 muore Bruno Lauzi. Nato l’8 agosto 1937 a l’Asmara, in Etiopia, con la sua famiglia rientra in Italia negli anni Cinquanta e nel 1953 fa parte della Jelly Roll Morton Boys Jazz Band dove viene accettato grazie a una presentazione del suo amico Luigi Tenco. Nel gruppo jazz si fa notare per il particolare arrangiamento per banjo della Rapsodia in blu di George Gershwin. Nel 1960, compone 'O frigideiro un brano in dialetto genovese dalla ritmica brasiliana, seguita, tre anni dopo, dalla divertente Garibaldi blues e dalla pubblicazione del suo primo singolo di successo intitolato Ritornerai. Nel 1964 partecipa "Un disco per l'estate" con il brano Viva la libertà e, nel 1965, interpreta al Festival di Sanremo Il tuo amore in coppia con Kiki Dee. Nello stesso anno vince anche l'Oscar del disco con l'album Lauzi al cabaret e nel 1966 vince la Caravella d'oro di Bari come miglior cantautore. Parte quindi per un lungo tour con Mina in Sudamerica e nel 1968 vince ancora l'Oscar del disco con l'album Cara. Parallelamente all'attività di cantautore è un apprezzato traduttore di brani francesi. Sono sue le versioni italiane di canzoni come Lo straniero di Georges Moustaki e Quanto ti amo di Johnny Hallyday, mentre la sua canzone Il poeta, considerata un po’ il manifesto della cosiddetta "scuola genovese" viene portata al successo da Mina e Gino Paoli. Nel 1970 ottiene un altro riconoscimento con Arrivano i cinesi e nel 1971 arriva al primo posto della classifica italiana con Amore caro amore bello firmata dalla coppia Mogol-Battisti, cui segue l'album Bruno Lauzi. Da quel momento continua l'attività pubblicando album dignitosi e lavorando soprattutto come traduttore dei grandi artisti francesi e brasiliani. Muore a Peschiera Borromeo in provincia di Milano il 24 ottobre 2006.
23 ottobre, 2020
23 ottobre 1928 - Domenico Attanasio dalla lirica alla canzone
Il 23 ottobre 1928 nasce a Napoli Domenico Attanasio. Cantante in possesso di una voce estesa e pastosa, all’inizio della sua carriera tenta la strada della lirica e debutta come tenore sotto la direzione del maestro Gianandrea Gavazzeni nell'opera "Nina pazza per amore" di Giovanni Paisiello al Teatro San Carlo di Napoli. Come molti altri protagonisti della scena lirica di quel periodo, però, si lascia tentare dalle lusinghe di della cosiddetta “musica leggera” e passa alla canzone vincendo un concorso organizzato dalla RAI che lo assume. Ai microfoni della radio canta con le orchestre Anepeta, Fragna e Vinci. Nel 1952, in coppia con Oscar Carboni, si piazza al secondo posto con Varca lucente alla prima edizione del festival di Napoli. La sua carriera è costellata da grandi soddisfazioni e da un successo che supera anche i confini d’Italia.
22 ottobre, 2020
22 ottobre 2004 – Meg inaspettata e dolce
Il 22 ottobre 2004 Meg presenta il suo primo disco da solista. «Un parto travagliato. È una figlia, una piccola creatura di sesso femminile che io trovo graziosissima» Così Meg descrive l’album che porta il suo nome, il primo da solista dopo tanti anni con i 99 Posse e la più recente esperienza nei Nous in coppia con l’altro ex 99 Marco Messina. È un lavoro inaspettato per chi si è abituato a vederla sulla scena con Zulù e compagni. Delicato, musicalmente curato fin nei minimi dettagli, in qualche passaggio deliziosamente retrò, Meg è un album pop dove le alchimie elettroniche fanno l’amore con gli strumenti veri, fiati e archi compresi. Lei sostiene che al fascino sottile dei suoi brani non sia estranea una questione di genere: «C’è una grande differenza tra la sensibilità maschile e quella femminile. Io ho cantato al femminile». Ci vuole coraggio, però, a imbarcarsi su rotte nuove visto che avresti potuto continuare a navigare nello stesso mare in cui avevi veleggiato con i 99 Posse… «Nel momento in cui il gruppo ha incominciato a starci stretto e abbiamo deciso che era tempo di prenderci una boccata d’aria, ciascuno di noi ha finito per radicalizzare le proprie ispirazioni artistiche e stilistiche…» E le tue quali sono? «Quelle che ritrovi nel disco. Una cultura ricca, non prigioniera di un genere specifico, una sorta di liquido amniotico in cui convivono felicemente la tradizione classica napoletana, il pop dei Beatles, il jazz e la musica classica…» … e il Brasile, visto che nell’album l’unico pezzo che non porta la tua firma è Senza paura, un brano di molti anni fa scritto da Toquinho, Vinicius De Moraes e Sergio Bardotti. Caldo, molto luminoso, insieme a Simbiosi sembra un po’ la chiave di lettura dell’intero disco, uno squarcio di ottimismo, un invito a non credere alle cose come sono e a non avere paura. «È un solare esorcismo alla paura, una canzone che ha illuminato la mia infanzia. Per questo ho voluto cantarla e ho chiesto a mio padre di suonarci». Tu sei ottimista? «Come tutti alterno momenti di pessimismo nero a squarci di speranza e ottimismo. Tutto sommato mi considero positiva, anche se di questi tempi è sempre più difficile. Ciò che di peggio si poteva immaginare è diventato realtà: guerra, falsificazione, desolazione, sopraffazione e, in più, la caduta del significato delle parole. Opporsi è possibile solo se si sfugge a queste logiche». In Simbiosi sembri quasi rivalutare il sogno da contrapporre alla realtà. Non è una fuga? «No, tutt’altro. Io credo che la speranza del mondo sia proprio affidata a quella rete delicatissima, eppur fittissima, di persone che riescono ancora a sognare spostando più in là l’orizzonte. È quello che mi piace chiamare “esercito mondiale dei sognatori” e che raggruppa tutti quelli che non hanno smesso di sognare, progettare e lottare per un mondo diverso».
21 ottobre, 2020
21 ottobre 1940 - Plinio Maggi, da Sanremo alla farmacia
Il 21 ottobre 1940 nasce a Catania Plinio Maggi. Cantante e autore soprattutto di testi, fin da ragazzo frequenta corsi di canto e di pianoforte, affiancando agli studi universitari l’attività musicale in varie orchestre. Nei primi anni Sessanta partecipa a vari concorsi canori e nel 1965 vince il Festival per voci nuove di Castrocaro, il più importante di quel periodo anche perché dà la possibilità al vincitore di partecipare al Festival di Sanremo. La sua voce melodico moderna è estremamente funzionale ai primi tentativi di costruzione di un pop all’italiana che mescola i ritmi del beat alle melodie tradizionali. Nel 1966 partecipa al Festival di Sanremo in coppia con Anna Marchetti cantando il brano Io ti amo. Nello stesso anno vola in America dove ottiene un discreto successo partecipando all’Andy Williams Show. Dopo alcune fortunate tournée all'estero e qualche disco senza grandi risultati, all'inizio degli anni Settanta decide di lasciare le scene per fare il farmacista. Fra i suoi dischi sono da ricordare Quando tu partirai e Questa sera noi ci lasceremo. Muore a Catania il 20 ottobre 2019.
20 ottobre, 2020
20 ottobre 1986 – “Caruso” canzone dell’anno
La più bella canzone del 1986 è Caruso di Lucio Dalla. La giuria del Club Tenco di Sanremo, composta da critici, autori e giornalisti, non ha dubbi in proposito, tanto che il premio viene assegnato quasi all’unanimità. Il 20 ottobre 1986 nel corso dell’annuale manifestazione organizzata dallo stesso Club Tenco, Lucio Dalla riceve quello che lui considera uno dei premi più prestigiosi della sua carriera. La canzone nasce da una leggenda. Si racconta che il grande tenore Enrico Caruso, negli ultimi mesi della sua vita, ormai malato irrimediabilmente di cancro alla gola, continuasse a tenere lezioni di canto a una giovane ragazza di cui era anche segretamente innamorato. In una delle ultime sere della sua vita avrebbe fatto trasportare il suo pianoforte in terrazza per poter cantare una lunga serenata alla luna e allo stupendo Golfo di Sorrento. Commosso e ispirato da questa storia Lucio Dalla compone Caruso, un brano dalla melodia e dal testo ricchi di citazioni attinte direttamente alla tradizione napoletana e operistica. La canzone, pubblicata in singolo e inserita nell’album Dallamericacaruso arriva rapidamente al vertice della classifica dei dischi più venduti. Considerata il capolavoro del cantautore bolognese diventa un successo in varie parti del mondo grazie anche alle numerose versioni realizzate da diversi artisti. Tra i cantanti che l’hanno inserita nel loro repertorio ci sono Luciano Pavarotti, Anna Oxa, Roberto Murolo, Mireille Mathieu e Tom Robinson.
19 ottobre, 2020
19 ottobre 1966 – Sinitta, dalla discoteca al musical
Il 19 ottobre 1966 nasce a Seattle Sinitta Renet Malone, la figlia della cantante Miguel Brown, destinata a diventare una delle protagoniste della scena musicale degli anni Ottanta tanto da essere incoronata dai critici come “la nuova regina della musica da discoteca”. Trasferitasi ancora bambina in Gran Bretagna muovi i primi passi nel mondo dello spettacolo partecipando vari musical e film. Il primo grande successo in campo musicale arriva nel 1986 quando sotto l'esperta guida degli autori e produttori Stock, Aitken & Waterman realizza un singolo che contiene i brani So macho e Cruising che scala le classifiche e spopola nelle discoteche di mezzo mondo. La conferma del successo di Sinitta arriva l’anno dopo con il primo album Sinitta! e con i brani Toy boy e GTO, cui seguono nel 1988 i singoli Cross my broken heart e I don't believe in miracles. Nel 1989, nonostante il buon successo dei singoli Right back where we started from e Love on a mountain top, il suo album Wicked! delude un po’ le aspettative dell’artista e dei produttori. Di fronte al calo della sua popolarità come interprete dance, Sinitta preferisce sfruttare meglio la sua poliedricità, tornando al musical.
18 ottobre, 2020
18 ottobre 2003 - Gli Avion Travel con la Banda Pugliese del Sogno Biondo
Il 18 ottobre 2003 all’Auditorium della Musica di Roma si svolge un concerto particolare che vede protagonista la Piccola Orchestra Avion Travel, sei persone a bordo di un carrozzone musicale che da anni vaga per le polverose strade del mondo. Sei uomini, sei musicisti, sei artisti curiosi e gelosi dei propri spazi. Ciascuno di loro può coltivare altri progetti quando il carrozzone non è in viaggio, così ogni esperienza finisce per lasciare tracce di sé nel lavoro comune: è il segreto di un gruppo che, come i serpentelli, cambia pelle a ogni stagione rimanendo se stesso. Lasciato alle spalle il tour estivo, figlio dell'album Poco mossi gli altri bacini, hanno messo il naso negli ambienti odorosi di jazz del milanese "Blue note" poi hanno deciso di realizzare un progetto difficile da definire. Il 18 ottobre, infatti, suona all'Auditorium della Musica di Roma con la Banda Pugliese del Sogno Biondo, cioè l'ensemble residente del festival bandistico di Conversano. «Tutto nasce dalla nostra curiosità» racconta Peppe Servillo, la voce del gruppo. «Il tour, poi, ci ha caricati. Abbiamo lavorato su uno spettacolo ricco di musica ma anche di momenti non musicali, siparietti teatrali. Ci siamo sentiti ospiti del pubblico e quella dimensione stimola l'intelletto e la creatività». Quando c'è da curiosare, voi non vi tirate certo indietro, visto anche il lavoro con il cinema… «Quella delle colonne sonore è stata un'altra bella esperienza. Abbiamo sempre desiderato raccontare il cinema con le nostre canzoni, credo che in parte il sogno si sia realizzato. Adesso, poi, vorremmo entrare in teatro, anzi stiamo per entrarci, ma è un po' prematuro parlarne…». I vostri più che cambiamenti sono arricchimenti di un'esperienza, piccoli spostamenti progressivi e costanti in direzioni diverse. Non vi sembra che la scena musicale oggi viva più di novità eclatanti che di deliziose aggiunte o di curiosità intellettuali? «Non so se ci interessa davvero come vive la scena musicale e spesso non vedo le novità annunciate. Rischio di passare per nostalgico, ma se mi guardo in giro divento triste. Il valore musicale è un elemento di contorno, gli artisti vengono trattati come modelli a una sfilata di moda e le novità spesso sono soltanto immagine. La musica, come la politica del resto, rispecchia i valori dominanti nella società».
17 ottobre, 2020
17 ottobre 1952 – Marinella, la voce femminile del filone demenziale
Il 17 ottobre 1952 nasce a Bologna l’autrice e cantante Marinella Bulzamini, destinata alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta a lasciare un segno importante nella canzone italiana con una serie di brani che anticipano quello che verrà chiamato il filone “demenziale”. La ragazza bolognese con le sue canzoni volge in parodia i temi politici e di costume della sua epoca in parallelo con il lavoro di gruppi come i Pandemonium. Dopo aver fatto parte del gruppo femminile de Le Borgia, partecipa al Festival di Sanremo del 1979 con Autunno cadono le pagine gialle, lo sfogo di un’impiegata dell’impresa telefonica nazionale che tra i numeri telefonici ha perso la ragione. Torna sul palcoscenico sanremese nel 1981 accompagnata da quattro figuranti per accompagnare un balletto con una scopa di saggina il brano Ma chi te lo fa fare. Nello stesso anno pubblica anche l’album Ma lascia stare, ma chi te lo fa fare, che contiene brani come Datemi del sugo e Mi è scaduto il libretto della mutua. Dopo aver registrato Il cammello la prima sigla del programma per bambini "Bim Bum Bam" riduce l’attività. Nel 1985 realizza il suo ultimo singolo Colazione d'amore.
16 ottobre, 2020
16 ottobre 1979 – “Récital d’adieu” per Les Frères Jacques
Il 16 ottobre 1979 al teatro della Comédie des Champs-Élysées va in scena “Récital d’adieu”, l’ultimo spettacolo de Les Frères Jacques, uno dei gruppi più eccentrici e significativi dello spettacolo francese del Novecento. Creativi, geniali al limite del surrealismo e musicalmente ineccepibili Les Frères Jacques rappresentano un po’ l’isola sorridente dell’arcipelago degli chansonniers a partire dal nome che si sono scelti. Frères Jacques, infatti, fa il verso all’espressione «Faire le Jacques» che in italiano può essere tradotta in «fare il deficiente». Per più di quarant’anni la loro imprevedibile follia si è conquistata uno spazio particolare sulla scena musicale francese. Ogni loro esibizione è più di un semplice concerto perché le canzoni si mescolano con le mimiche prese in prestito dal teatro di strada e i travestimenti paradossali delle gag da circo. Con calzamaglia, guanti, cappello e il tocco delicato e paradossale di un particolare imprevisto, un paio d’occhiali o un mazzo di fiori, trasformano ogni canzone in una piccola pièce teatrale, un’avventura della fantasia. Gli inizi della storia de Les Frères Jacques si incrociano con il dramma di una Francia che sta precipitando sotto il tallone nazista. Tutto comincia nei primi anni Quaranta quando il ventiseienne André Bellec, appena congedato dall’esercito, raggranella qualche soldo insegnando drammatizzazione nelle strutture ricreative destinate ai giovani. Qui s’imbatte in varie compagnie teatrali che lo aiutano a perfezionarsi nel canto, nella danza e nelle tecniche da mimo. Con lui c’è suo fratello Georges, eccellente trombettista jazz con una passioncella per il canto comico costretto a lasciare l’accademia delle Belle Arti di Parigi per sfuggire al reclutamento coatto nelle squadre di lavoro obbligatorio messe in piedi dal governo collaborazionista francese. Proprio dai fratelli Bellec nasce l’idea di un gruppo che sappia coniugare interpretazione musicale ed espressività teatrale. Il progetto diventa realtà dopo la Liberazione quando entrambi tornano a Parigi. Il primo ad aggiungersi a loro è François Soubeyran, un cantante e attore che dopo aver combattuto nelle file della Resistenza sta cercando un progetto per tornare a nuovamente a lavorare. Il quarto e ultimo componente è Paul Tourenne, un ex impiegato delle poste con all’attivo numerose esperienze radiofoniche. Les Frères Jacques sono nati. In breve tempo arriva anche un ingaggio dalla Troupe Grenier-Hussenot, la prima compagnia teatrale formatasi a Parigi dopo la Liberazione che dà loro una interessante opportunità di farsi le ossa sul palcoscenico. Proprio nella Grenier-Hussenot conoscono Pierre Philippe, il pianista della compagnia, l’uomo che “inventerà” le sonorità del gruppo, che ne curerà gli arrangiamenti e che sarà considerato così indispensabile da essere soprannominato il “quinto componente” de Les Frères Jacques. Nello stesso periodo incontrano anche Jean-Denis Malclés, lo scenografo teatrale che “inventerà” i loro costumi di scena. All’inizio della loro carriera Les Frères Jacques, decisi a non farsi scappare alcuna occasione, diventano quasi dei forzati del palcoscenico. Accettano qualunque ingaggio e finita la serata in teatro corrono a esibirsi fino alle prime luci dell’alba nei cabaret della Rive Gauche. In breve tempo il loro umorismo, i loro costumi e soprattutto le loro originali interpretazioni conquistano il “popolo della notte” della capitale. Nel 1946 la canzone L’entrecôte interpretata per la prima volta sul piccolo palcoscenico del cabaret Capri diventa una specie di tormentone tra i giovani parigini e aumenta a dismisura la popolarità del gruppo che l’anno dopo viene scritturato per il suo primo spettacolo di rivista alle Folies-Belleville. Nel loro instancabile girovagare Les Frères Jacques si esibiscono sui palcoscenici di un’infinità di locali, ma il luogo cui sono più fedeli e dove si sentono più a loro agio è la Rose Rouge. Sul palco di quel locale nascono gran parte dei primi successi del gruppo, a partire da Le manège aux cochon roses a Nous voulons une petite soeur a Sérénade de la purée solo per citare i tre brani che fanno compagnia a L’entrecôte sul primo disco a 78 giri che registrano nel 1948. Ormai in grado di muoversi da soli sulla scena musicale nel 1949 lasciano la compagnia Grenier-Hussenot dopo aver dato il loro contributo alle repliche del “Les Gaietés de l’Escadron” al Théâtre de la Renaissance e accettano una scrittura di cinque mesi al prestigioso Bobino. L’evento più significativo di quell’anno resta, però, l’incontro con Jacques Canetti, l’ex direttore della scalcinata Radio Cité che nella Parigi del dopoguerra si è trasformato in uno dei più infallibili e ascoltati scopritori di talenti della scena musicale cittadina. È lui a proporre a Les Frères Jacques un cambiamento di repertorio che, a prima vista, sembra un po’ azzardato. In sostanza chiede al quartetto di cimentarsi in una serie di brani scritti da Jacques Prévert e musicati da Joseph Kosma senza rinunciare a filtrarli attraverso il proprio originale taglio interpretativo. Il risultato è sorprendente e viene accolto bene sia dalla critica che dal pubblico. Proprio con L’inventaire, un brano scritto da Prévert e musicato da Kosma Les Frères Jacques vincono il Grand Prix du Disque del 1950. Per i Frères Jacques gli anni Cinquanta e Sessanta sono quelli del grande successo internazionale iniziato con la prima tournée in nordafrica del 1951 cui segue l’anno dopo una lunga serie di concerti in Canada e negli Stati Uniti. Il loro repertorio spazia ormai dalle canzoni divertenti ai testi impegnati di Vian, Brassens, Queneau, Ferré e tanti altri protagonisti della scena artistica parigina oltre al loro amico Prévert. Nel 1953 il gruppo partecipa al film “Il paese dei campanelli” di Jean Boyer interpretato da Sophia Loren. Nel 1955 festeggiano il decimo anniversario della loro formazione con una grande festa spettacolo al teatro della Comédie des Champs-Élysées e un’applaudita e partecipata tournée francese. L’anno dopo recitano nell’operetta “La belle Anabelle”, messa in scena al Teatro de la Porte Saint-Martin dal loro amico Yves Robert e annunciano la loro intenzione non lavorare più con compagnie teatrali per dedicarsi soltanto ai récital e ai propri spettacoli musicali. Negli anni Sessanta Les Frères Jacques confermano e allargano ancora la loro popolarità e il loro successo nonostante l’irrompere sulla scena mondiale di nuovi generi arrivati dall’universo anglosassone, il rock innanzitutto. Nel 1964 viene annunciata la fine della collaborazione tra il gruppo e Pierre Philippe, il pianista e arrangiatore che da vent’anni viene considerato il quinto componente del gruppo. La separazione, che si concretizza soltanto nel 1966, è preceduta da una serie di affollatissimi concerti d’addio. Al posto di Pierre Philippe arriva Hubert Degeux che non farà rimpiangere il suo predecessore. Sempre nel 1966 i quattro componenti del gruppo vengono insigniti del titolo di Cavalieri delle Arti e delle Lettere. Lo scorrere del tempo non sembra lasciare segni particolari sulla carriera de Les Frères Jacques che negli anni Settanta diventano quasi un’icona per i giovani alfieri dell’avanguardia parigina. Nel 1977 non mantengono l’impegno di non partecipare più a spettacoli teatrali e mettono in scena con i vecchi amici della Compagnia Grenier-Hussenot uno spettacolo musicale dedicato alla Belle Epoque. Verso la fine del decennio si comincia a parlare dello scioglimento del gruppo. Interpellati sull’argomento i componenti non rilasciano dichiarazioni ma il 16 ottobre 1979 al teatro della Comédie des Champs-Élysées mettono in scena un nuovo recital con il significativo titolo di “Récital d’adieu” la cui scaletta non prevede brani nuovi ma una lunga carrellata sui principali successi della loro carriera. La storia de Les Frères Jacques si chiude ufficialmente nel 1982 anche se nel 1983 si esibiscono ancora una volta per salutare definitivamente gli ammiratori più affezionati e fedeli al Théâtre de Boulogne-Billancourt nella periferia parigina. Lasciate le scene ogni componente del gruppo si dedica ad attività diverse dalla musica. Georges Bellec si dedica alla pittura con buon successo, Paul Tourenne alla fotografia mentre André Bellec si occupa dell’associazione degli anziani dello spettacolo. Il quarto componente del gruppo François Soubeyran preferisce invece ritirarsi a vita privata nella sua casa di Pilette-Montjoux dove muore il 21 ottobre del 2002 a 83 anni.
15 ottobre, 2020
15 ottobre 1935 - Sugar Pie DeSanto canta il blues
Il 15 ottobre 1935 a Brooklyn, New York, nasce Peylia Balinton, destinata a lasciare un segno importante nella storia del blues con il nome d’arte di Sugar Pie DeSanto. A due anni la sua famiglia lascia New York per trasferirsi a San Francisco, in California. Qui la bambina inizia a cantare nel coro della sua chiesa e frequenta corsi di danza classica. Affascinata dal blues inizia a modulare la sua voce sui brani della tradizione. Nel 1952 vince alcune rassegne per voci nuovi organizzate all'Ellis Theatre e trova così le prime vere scritture. Nel 1954 viene notata a Los Angeles da Johnny Otis, che le apre le porte della casa discografica Federal e, con il nome d’arte di Little Miss Sugar Pie la fa partecipare al proprio spettacolo viaggiante. Dopo una lunga serie di tournée nel “Johnny Otis Show” medita di mettersi in proprio. Nel 1957, dopo essersi esibita al Lincoln Club di Stockton, sposa il chitarrista e cantante Pee Wee Kingsley, con il quale registra vari dischi. Il notevole successo ottenuto con il brano I Want To Know le vale un ingaggio al prestigioso Apollo Theatre di New York, dove arriva in cartellone al fianco di James Brown, con il quale effettua poi varie tournée. All’inizio degli anni Sessanta si stabilisce a Chicago, dove registra vari dischi per la Chess, ottenendo un buon successo soprattutto con Slip In Mules del 1964. Nell'ottobre dello stesso anno viene in Europa al seguito dell'American Folk Blues Festival. Dalla fine degli anni Sessanta si esibisce soprattutto a San Francisco allo Sportsman Inn e al Continental Club. All’inizio del decennio successivo si ritira per qualche tempo dalle scene a causa di una malattia. Riapparsa in gran forma alla metà degli anni Settanta non lascia più il palcoscenico.
14 ottobre, 2020
14 ottobre 1953 - Michele Ascolese una delle chitarre di De André
Il 14 ottobre 1953 nasce a Salerno il chitarrista Michele Ascolese. È ancora molto giovane quando inizia a suonare la chitarra da autodidatta facendone poi pian piano la sua occupazione esclusiva. A ventun anni è già un professionista del mondo delle sette note. Dopo aver fatto parte del gruppo del percussionista brasiliano Mandrake, nel 1978 suona con la cantante Lilian Terry e l’anno dopo vola in Giappone in tournée con la band del trombettista Nini Rosso. Negli anni successivi partecipa a vari progetti tra i quali spiccano la big band di Tommaso Vittorini e la nascita di un trio a suo nome con il fratello Gian Paolo ed Enzo Pietropaoli. Sempre alla fine degli anni Settanta partecipa all'album di Enrico Rava Pupa o Crisalide. Chitarrista versatile ed eclettico dichiara una grande passione per la musica brasiliana, pur accumulando nel suo repertorio molti suoni diversi. Nel 1985 entra nel gruppo che accompagna la tournée “Insieme” di Ornella Vanoni con Gino Paoli. Considerato uno dei più completi e apprezzati session man del panorama musicale italiano ha accompagnato i progetti artistici di un gran numero di artisti. Oltre ai già citati Gino Paoli e Ornella Vanoni si sono “appoggiati” alla sua chitarra Sergio Caputo, Roberto Vecchioni, la PFM, Teresa De Sio, Angelo Branduardi, Fabio Concato, Eduardo De Crescenzo, Renato Zero, Eros Ramazzotti, Tullio De Piscopo, e molti altri. Per anni è stato collaboratore stretto di Fabrizio De Andrè
13 ottobre, 2020
13 ottobre 1936 – Shirley Bunnie Foy, una voce da jazz
Il 13 ottobre 1936 nasce New York la cantante Shirley Foy, più conosciuta come Bunnie Foy. La sua è una famiglia di musicisti. Sua madre è una violinista, suo padre un chitarrista, i suoi zii suonano tutti il sassofono e le sue quattro sorelle sono anche esse cantanti. La piccola Bunnie fin da bambina inizia a familiarizzare con tutti i tipi di canto popolare e rurale della cultura afroamericana come il gospel, blues, spirituals, anche alcuni tipi di canti africani e caraibici. In seguito frequenta la New York Schools of Music, studiando pianoforte teoria e solfeggio. In quel periodo collabora e studia anche con John Coltrane e Junior Cook. Negli anni Cinquanta a soli quattordici anni entra a far parte dei Delltones, un quintetto vocale di rhythm ann blues che si esibisce accompagnato da contrabbasso, batteria e da un gruppo di trombonisti tra i quali spiccano i nomi di Slide Hampton, Melba Liston, Dave Baker e Chuck Connors. Lavorato anche con musicisti come Count Basie e Maynard Ferguson. Nel 1959 si trasferisce a Parigi dove canta con il trio del pianista Pierre Franzino che diventerà suo marito. Tornata nel 1965 a New York canta con Archie Sheep e poi entra a far parte del gruppo di Charlie Shavers, che schiera Jo Jones alla batteria. Dal 1966 al 1968 collabora con Curtis Potter nelle sue composizioni e arrangiamenti per sedici voci Nel 1969 torna in Europa e, dopo una breve permanenza a Parigi e a Nizza si trasferisce a Milano per lavorare sugli arrangiamenti per Big Band scritti dal batterista Gil Cuppini. L’anno dopo Enrico Intra la vuole come voce solista nella sua Messa d’oggi, eseguita alla Certosa di Pavia e alla Fenice di Venezia. Negli anni Settanta Bunnie Foy collabora con alcuni dei maggiori protagonisti del jazz di quel periodo, da Franco Cerri ad Art Blackey, da Mario Rusca a Pino Presti Giampiero Boneschi a Johnny Griffin, da Bruno De Filippi a Sante Palumbo, da Freddie Hubbard a Tullio De Piscopo e Paolo Tomelleri. Nel 1977 collabora con Franco e Stefano Cerri alla realizzazione di un album di armonie sperimentali e l’anno dopo reinterpreta in chiave jazz i più grandi successi di Gorni Kramer accompagnata dallo stesso Kramer alla fisarmonica. In quegli anni insegna anche canto jazz nella scuola "Nuova Milano Musica". Instancabile e curiosa sperimentatrice non abbandona mai la scena e ancora nel 2007 ha registrato un disco con il pianista Jean-Sébastien Simonoviez, il contrabbassista François Gallix, il batterista Yohan Serra alla batteria e il sassofonista Gael. Muore a Nizza il 24 novembre 2016.
12 ottobre, 2020
12 ottobre 1971 – Gene Vincent, un profeta del rock and roll
Il 12 ottobre 1971 un attacco di ulcera perforata uccide Gene Vincent, uno dei profeti del rock and roll. Nato a Norfolk, in Virginia l’11 febbraio 1935, è registrato all’anagrafe con il nome di Eugene Vincent Craddock. Figlio di genitori poverissimi, come molti altri ragazzi di Norfolk, sede di una delle più importanti basi navali statunitensi, a soli diciassette anni si arruola in Marina e partecipa alla guerra di Corea. Nel 1955 mentre è impegnato nel suo lavoro di porta-ordini viene investito da un'auto. Nell’incidente riporta una gravissima ferita al piede che, per qualche tempo sembra destinato all’amputazione. Contrariamente alle previsioni, dopo una serie di dolorosissime cure, il piede guarisce ma resta rigido dando alla camminata di Vincent una caratteristica andatura claudicante. Qualche anno più avanti quella menomazione nella versione dei pubblicitari della sua casa discografica diventerà una “ferita di guerra”. Durante la lunga convalescenza l’unica compagnia di Vincent è una vecchia chitarra sulla quel inizia a comporre le canzoni destinate a regalargli la popolarità, anche se la leggenda racconta che Be-bop-a-lula, il suo maggior successo, non sia farina del suo sacco ma sia stata comprata per venticinque dollari da un marinaio suo amico. Alla fine del 1955, congedatosi, inizia a suonare nelle radio locali di Norfolk e, proprio in una di queste, la WCMS, viene scoperto da Bill “Sheriff Tex” Davis, un d.j. che ne intuisce le potenzialità. Nel mese d’aprile del 1956 Gene registra quindi un demo con la sua band, i Blue Caps, formata dai chitarristi Cliff Gallup e Willie Williams, dal bassista Jack Neal e dal batterista Dickie Harrell. Si tratta di una formazione che anticipa le pop band degli anni Sessanta, senza pianoforte e senza sax, due strumenti che fino a quel momento erano considerati fondamentali nei gruppi di rock and roll. Immediatamente scritturati dalla Capitol, Vincent e la sua band il 4 maggio 1956 registrano a Nashville un singolo con Woman love sul lato A e Be-bop-a-lula sul lato B. Tre settimane dopo un disc jockey di Baltimora inizia a trasmettere a tappeto l'intrigante motivo del lato B e, in poche settimane il disco scala la classifica statunitense, vendendo ben due milioni di copie soltanto nei primi cinque mesi. In rapida successione vengono pubblicati altri singoli come Bluejean bop, Little lover, Maybellene, Race with the devil, She she little Sheila, Lotta lovin' e Yes I love you baby, mentre Gene Vincent e i Blue Caps sfruttano la crescente popolarità girando in tour tutti gli Stati Uniti. Nello stesso periodo partecipano anche al film "Gangster cerca moglie" ma ben presto iniziano i primi guai. Dopo una serie di cause legali con il suo manager, Vincent viene ricoverato in ospedale a Norfolk per alcune cure. L’assenza dalle scene, aggiunta al contenzioso legale, fa sì che il ragazzo alla metà del 1957, si trovi costretto ricominciare tutto da capo, con un nuovo manager e con una nuova formazione dei Blue Caps composta da Harrell (unico sopravvissuto della vecchia formazione), Paul Peek, Tommy Facenda, Bobby Lee Jones e lo scatenato chitarrista Johnny Meeks. Ricominciare non è facile soprattutto quando la stampa conservatrice comincia a criticare la violenza dei suoi concerti, la durezza dei suoi testi, la carica provocatoria dei suoi movimenti sul palco e la dipendenza dall'alcool. In più i tempi stanno cambiando e tira un’aria normalizzatrice che spinge il pubblico a simpatizzare con nuovi artisti dalla voce impostata e dalla faccia dei ragazzi perbene come Frankie Avalon e Ricky Nelson. Gene però non si arrende e il 5 dicembre del 1959 sbarca in Gran Bretagna dove viene accolto dal produttore televisivo Jack Good che gli suggerì di rendere più aggressiva la sua immagine con un completo di pelle nera. In breve diventa un mito del pubblico inglese più giovane. Il 16 aprile 1960 si ferisce nuovamente alla gamba in un incidente automobilistico in cui perde la vita Eddie Cochran e la ripresa è ancora più difficile del solito. Nel 1965, perso lo smalto di un tempo e con sempre più gravi problemi d'alcolismo torna negli Stati Uniti per pubblicare alcuni dischi country per la Challenge Records. Ridotto a trovare spazio nel circuito del revival fatica a tirare avanti nonostante periodici ritorni al successo come la partecipazione al Festival rock di Toronto del 1969 insieme ad altri grandi della sua epoca come Jerry Lee Lewis, Little Richard e Bo Diddley. Con il fisico ormai minato muore il 12 ottobre 1971 per un attacco di ulcera perforante all'Inter-Valley Community Hospital di Newhall in California.
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